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11 marzo 2012

CONTRO L'ITALIA DEGLI ZOMBIE – WEB POLITIK E NUOVA POLITICA

 
Jacopo Iacoboni è l'autore del libro “Contro l'Italia degli zombie- Web Politik e nuova politica” per Aliberti Editore. Il principale merito del autore è che toglie di mezzo una serie di luoghi comuni e rappresentazioni che vedono il giovane italiano spesso bamboccione, assente e distante dalla vita politica, sociale e civile di questo paese. Forse il problema non è l'estraneità delle nuove generazioni, ma che la politica parla un suo linguaggio e i giovani né parlano un altro. Detto in altri termini, e come se mettessimo per esempio l'uno di fronte all'altro un inglese e un eschimese. I due difficilmente si capiranno e soprattutto questa differenza impedirà loro di confrontarsi.

http://www.alibertieditore.it/?pubblicazione=contro-litalia-degli-zombie-web-politik-e-nuova-politica


Il 2011 è stato l'anno delle Primavere arabe (o Primavera araba), degli Indignados Spagnoli e dei movimenti Occupy, e anche l'Italia ha avuto il suo movimento formato da volti anonimi e che parlano principalmente il “linguaggio “ del web e della satira. Un movimento che ha accompagnato anche le più importanti sfide elettorali dell'ultimo anno. Pensiamo, ad esempio, il duello per le comunali di Milano che vedeva contrapposti il sindaco uscente Letizia Moratti e lo sfidante Giuliano Pisapia. In quel periodo numerosi video satirici furono pubblicati su youtube e riguardarono i due candidati. L'autore sul suo libro né cita diversi, per esempio, il video “Moratti balla Batman” oppure “Pisapia Canaglia.” Divertenti e piacevolmente forti, ma del resto che cosa c'è di più militante della satira. Northrop Frye usò l'espressione di Ironia militante.



Il giornalista della stampa Jacopo Iacoboni attraverso il libro “Contro l'Italia degli zombie- Web Politik e nuova politica” ci apre ad un mondo che a molti di noi è ancora ignoto. Il rischio è che la nostra mente rimanga immobile a quel 15 ottobre 2011 in Piazza San Giovanni a Roma, ma non dev'essere cosi', perché c'è una intera generazione di ventenni e trentenni che attraverso la democrazia virtuale della rete, la forza della satira e la leggerezza dell'ironia esprime la sua irrefrenabile voglia di partecipazione alle vicende di questo paese. Una web Politik sta emergendo dal basso ed è destinata col tempo a rimodellare i concetti stessi di politica e politico. Ovviamente la mia speranza non è tanto che ci sia un giorno una politicizzazione della rete, ma piuttosto una democratizzazione della politica attraverso questa ondata di spontaneità e libertà che solo il web può trasmettere.

VIDEO – FONTI

Moratti Batman

http://www.youtube.com/watch?v=vntvCYfuM2M


Pisapia Canaglia

http://www.youtube.com/watch?v=oLuP-jSZAjI


Di Bossi e' duro

http://www.youtube.com/watch?v=lJkZLuuqRSY


Sora Cesira canta “Alemanno”

http://www.youtube.com/watch?v=C3CemVdMbzQ&feature=related






24 ottobre 2011

IGNAZIO MARINO E WALTER PASSERINI HANNO SCRITTO “ SENZA PENSIONI”- di Marco Patruno

 


 

"Senza pensioni " è l'ultimo libro di Ignazio Marino e Walter Passerini. Un tema che riguarda strettamente tutte le generazioni, ma in modo particolare la mia. Quella nata a cavallo tra la fine dei anni settanta e inizi anni ottanta. Non c'è titolo più azzeccato di questo perché la mia generazione sarà una generazione senza pensioni. Anzi, possiamo dire che allo stato attuale delle cose la mia generazione può essere riunita sotto lo slogan “No lavoro, no pensioni.” Infatti, da tempo sto aspettando una confezione di Martini per tirarmi su il morale.


 

Uno studio sulle pensioni Unipol – Censis di qualche tempo fa sottolineava che nella migliore delle ipotesi, il 42% di lavoratori dipendenti che hanno una età tra i 25 e 34 anni andrà in pensione nel 2050 andrà con meno di 1000 euro al mese. Ma questa ipotesi è una delle migliori attenzione!


 

Un esempio banale, semplice e ingenuo. Un precario oggi deve accumulare 40 anni di contributi. Ma un precario che si rispetti è anche una persona che non ha una continuità lavorativa. Quindi un precario tipico fa tipo: 6 mesi come operatore call center, intervallato da periodo breve o lungo di disoccupazione, fa poi 2, 3, 6 mesi l'impiegato o l'addetto alle vendite presso una catena della grande distribuzione ecc Ora qualcuno mi può dire come fa questo precario ad arrivare a 40 anni di contributi?

Ho qualcuno nel frattempo, la scienza, la medicina inventa il siero dell'immortalità e il precario a 150 anni va in pensione cosi' avrà la possibilità di vedere la prossima Unità d'Italia o dis-unità d'Italia oppure non ci andrà mai in pensione, non avrà appunto mai una pensione.


 

Oltretutto nello stesso libro vengono citati una serie di dati. Oggi in Italia otto pensioni su dieci sono sotto i 1000 euro al mese. 12, 6 milioni di persone prendono meno di 1000 euro al mese ( a me mi lacrimerebbero gli occhi se vedessi una cifra del genere) e più di 7 milioni di persone prendono una pensione sotto i 500 euro mensili. E considerate che questi dati si riferiscono alla situazione attuale, a quella dei nostri nonni e dei nostri padri.


 

L'obiettivo degli autori del libro è quello di accompagnare le persone nella giungla della previdenza, evidenziando le trasformazioni legislative che hanno portato alla situazione di oggi e quella di un probabile e realistico domani.


 

Tutte le case editrici che avrebbero intenzione di recensire il loro libro su Generazione P possono mandarmi una e-mail a generazionep@libero.it Non si accettano formati pdf dei libri (a causa della vista fragile del sottoscritto) ma solo libri cartacei.


10 luglio 2011

GIULIA INNOCENZI: “MEGLIO FOTTERE – CHE FARSI COMANDARE DA QUESTI” di Marco Patruno

 

Giulia Innocenzi ha pubblicato il romanzo d'inchiesta “Meglio fottere – che farsi comandare da questi.” - Editori Riuniti http://www.editoririuniti.net/ Fin dalle prime pagine critica le logiche perverse e che imperversano nell'attuale sistema partitico-politico italiano. Una riflessione che nasce e prende spunto dalla sua esperienza risalente nel 2008 quando decise di candidarsi alle primarie per diventare Segretario dei giovani del partito democratico.


Tra le riflessioni interessanti di Giulia ci sono alcune che riguardano i giovani. I giovani del PD ma che in varia misura tocca i giovani del Pdl, della lega e di altre formazioni partitiche: “...ragazzi suddivisi in correnti legate a quello o quell’altro leader, e che appoggiano quello o quell’altro candidato a seconda della sua appartenenza; regole distorte o cancellate per favorire l’esito imposto dall’alto; la ricerca dell’unanimità anziché quella del confronto dialettico e politico; un’avversione totale per gli outsider, ossia quelli che, come me, si candidavano legittimamente e nel rispetto delle regole ma che non erano i designati dal partito; un asservimento cieco al bene del partito, sempre però inteso come bene della corrente; la paura che nello sposare battaglie non condivise dall’alto si rischi l’emarginazione dal partito, e quindi la possibilità di contendersi una delle poltrone disponibili...”


La domanda che sorge spontanea in Giulia è: Com’è possibile che anche fra i giovani sia la logica clientelare della cooptazione, e dei “signor sì” a prevalere?” di certo c'è una realtà che dobbiamo affrontare, cioè, che non sempre giovane significa nuovo, a volte giovane significa vecchio travestito da nuovo. A volte, sono proprio i giovani ad essere i “migliori” “guardiani” della cooptazione, del conformismo, dell'obbedienza. Per dirlo in altre parole possono essere il più straordinario “sistema di controllo” contro ogni forma di vero e autentico rinnovamento.


Ma non tutti i giovani sono così. Ci sono giovani che senza necessariamente essere iscritti ad un partito partecipano in vari modi per cambiare questo paese. Le loro sono battaglie “invisibili” e spesso lontane dai riflettori delle telecamere, ma queste battaglie non sono meno importanti e incisive.


Giulia Innocenzi attraverso la sua esperienza ad Annozero coglie l'esistenza di questa realtà, e nel suo romanzo cerca di esplorare questa stessa realtà e i mutamenti sociali avvenuti in questi anni. Un messaggio di fondo che ci arriva fin dall'introduzione del libro è che non dobbiamo mai smettere di impegnarci nella vita politica, sociale e civile di questo paese per renderlo migliore. La rinuncia è la vera sconfitta.




30 giugno 2011

INTERVISTA A CLAUDIA CUCCHIARATO: AUTRICE DEL LIBRO “VIVO ALTROVE” di Marco Patruno

 

Claudia Cucchiarato, autrice del libro “Vivo Altrove – giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi”, mi ha concesso gentilmente una intervista. Collaboratrice per “L'unità” e “La Repubblica” e del quotidiano spagnolo “La Vanguardia”, è tra i maggiori esperti sulle nuove emigrazioni dei giovani italiani all'estero. Claudia Cucchiarato, attraverso il suo libro e un sito, ha raccolto numerose testimonianze di questa generazione di neo-migranti.



Con il suo libro “Vivo altrove” ha raccolto le testimonianze di ragazzi che hanno deciso di lasciare l'Italia. Questi ragazzi vorrebbero ritornare a vivere e lavorare in Italia oppure l'estero è una scelta definiva?



Non si tratta di una scelta definitiva, ma la maggior parte non saprebbe dire se tornerà e a quali condizioni. Diciamo che siamo una generazione abbastanza liquida, senza radici, non nel senso che non sentiamo le nostre radici italiane, ma nel senso che tendiamo a non mettere radici in nessuno dei posti in cui ci trasferiamo. Per questo motivo, la maggior parte delle persone che ho intervistato per il libro, che si raccontano nel sito www.vivoaltrove.it o che hanno pubblicato la loro testimonianza nel sondaggio che ho lanciato a ottobre nel sito di Repubblica, ha vissuto in almeno tre o quattro città diverse all'estero. Nutriamo tutti la speranza di poter scegliere di tornare in Italia, proprio come abbiamo avuto la possibilità di scegliere di andarcene. E purtroppo, almeno per ora, questa non è una speranza concreta: l'estero è una scelta molto più allettante di quanto lo sia l'Italia in questo momento, da tutti i punti di vista, politico, economico-lavorativo, culturale, sociale...



Diversi studi stanno evidenziando che in Italia esisterebbe una “fascia” di giovani laureati poco propensi alla mobilità, che non si sposterebbe oltre la propria provincia di residenza. Secondo lei quali potrebbero essere i motivi?



Io non ho registrato questa tendenza. È vero che tendiamo ad essere pigri e che i famosi “bamboccioni” sono molto più numerosi in Italia che altrove (ci sarebbe comunque da dire che moltissimi dei giovani italiani da tempo domiciliati all'estero risultano ancora residenti a casa di mamma e papà, perché tendono a non iscriversi all'Anagrafe degli Italiani all'Estero, quindi i “bamboccioni” sono molto meno numerosi di quel che si pensa). Ma ci sono decine di migliaia di giovani che ogni anno si spostano all'interno dell'Italia e anche fuori da essa. Secondo i dati dell'Ocse, gli italiani sono in proporzione tra i più propensi ad abbandonare il proprio paese, il problema è che pochi giovani provenienti da altri paesi “sviluppati” hanno voglia di venire a vivere in Italia e si crea un deficit. Siamo tra i paesi dell'Ocse con il saldo più negativo tra “cervelli” in entrata e “cervelli” in uscita.



Mi può indicare tre “mali” che colpiscono il nostro paese e costituiscono ragioni valide per andarsene all'estero?



Tra i più citati dalle persone che ho intervistato: la gerontocrazia imperante (in politica, nelle aziende, nelle università...) e la scarsa meritocrazia (l'Italia è il paese d'Europa in cui la minor percentuale di posti di lavoro si trova in modo trasparente: annunci o selezioni); una mentalità molto rivolta verso l'interno e uno scarso interesse nei confronti del diverso (che spesso diventa vera e propria paura); last but not least, la corruzione assurta a modus vivendi di chiunque e l'incapacità del nostro paese di pensare al futuro e di fare investimenti sulla ricerca, la cultura, il sapere e la formazione.



C'è qualche progetto professionale che lei vorrebbe realizzare in Italia?



Moltissimi, come dicevo all'inizio, mi piacerebbe poter scegliere di tornare proprio come ho scelto di andarmene, ora c'è addirittura una legge che promuove il ritorno attraverso sgravi fiscali (Controesodo). Ma non mi ci vedo ancora a vivere in Italia (a guardare la televisione italiana credo che non mi ci abituerò mai più...) e a trovare un terreno fertile per i miei progetti. Un solo esempio: da qualche mese sto cercando di produrre un documentario sul mio libro, ovviamente ho bussato alla porta di molte case di produzione e istituzioni italiane, ma non ho cavato un ragno dal buco. A Barcellona, alla prima casa di produzione a cui mi sono rivolta il progetto è sembrato subito interessante e mi hanno dato carta bianca, nonostante la crisi economica, secondo tutti i mezzi di comunicazione, sia molto più profonda in Spagna che in Italia...





30 giugno 2011

“VIVO ALTROVE " DI CLAUDIA CUCCHIARATO

  

Claudia Cucchiarato è l'autrice del libro “Vivo Altrove- giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi” pubblicato dalla casa editrice Bruno Mondadori. http://www.brunomondadori.com/ Il libro da voce alle storie dei giovani italiani che hanno lasciato la loro terra d'origine e sono partiti per l'estero. Si tratta anche di una analisi dettagliata di questa nuova ondata migratoria iniziata a partire dagli anni novanta e che continua tutt'ora.


Un nuovo tipo di fenomeno migratorio che si differenzia rispetto a quelli passati, e rispetto a quelli precedenti molto più difficile da quantificare e stimare. Si tratta certamente di una “migrazione qualificata” nel senso che i neo-migranti sono soprattutto giovani laureati e hanno un titolo di studio elevato, ma il fenomeno non deve essere erroneamente circoscritto alla cosiddetta “fuga dei cervelli.”


Non abbiamo solo dei ricercatori e professionisti del mondo accademico, tra i neo-migranti ci sono anche ragazzi che si sono adattati, per cosi dire, a fare i camerieri o anche gli impaginatori per conto di case editrici. Come scrive l'autrice a pagine 7 del libro “...non tutti sono talenti-o almeno non da subito-ma sono, tutti, una risorsa che l'Italia si lascia scappare, perché sa demoralizzare come pochi altri il suo patrimonio più prezioso.”


Si tratta di una “generazione fluida” che ha intravisto fuori dai confini italiani la possibilità di concretizzare le proprie aspirazioni. Nessuno dei intervistati pensa minimamente di arricchirsi, anzi sono perfettamente consapevoli che probabilmente dovranno faticare e arrancare anche in un paese estero per raggiungere gli obiettivi prefissati. Diversi di loro nell'arco degli anni hanno cambiato più paesi prima di trovare il luogo a loro più adatto.


Inoltre i giovani intervistati non si sentono soltanto italiani, ma si sentono anche parte del paese “ospitante.” Come scrive l'autrice: “molti di loro dicono di non sentirsi più solo italiani. Nasce, o si scopre, un identità complessa, aperta, [dove] Si combinano l'identità locale (città o regione di provenienza) [e] una nuova identità identità data dal posto in cui ci si ferma.” Questi neo-migranti non sono soltanto italiani, ma diventano anche un po' spagnoli, francesi, tedeschi ecc


Alla termine della lettura del libro di Claudia Cucchiarato, vi confesso che mi è venuta una irresistibile voglia di partire. Che l'Italia spesso può essere una vera e propria “camicia di forza” per i sogni e le aspirazioni di molti giovani. Forse non esiste un paese ideale in assoluto, ma esistono sicuramente terre da esplorare e potenziali opportunità che possiamo cogliere soltanto se decidiamo di andarci incontro con il nostro zainetto sulle spalle.



















27 maggio 2011

ENRICO RUGGERI - CHE GIORNO SARA': “VI RACCONTO IL MIO ANTIEROE PRECARIO CHE VIVE AI CONFINI DEL MONDO” di Marco Patruno

  

Enrico Ruggeri è l'autore del romanzo “Che giorno sarà” , pubblicato dalla casa editrice Kowalski. Il protagonista del romanzo è Francesco Ronchi, un ragazzo della fine anni settanta che sogna di diventare un cantante di successo. La ricerca di una carriera che non arriva diventa per il protagonista una discesa verso l'oblio, la concretezza dell'incapacità di vivere una esistenza normale, a differenza di tanti altri suoi coetanei che hanno scelto una strada diversa.

Francesco Ronchi finisce con il non essere più in grado di inserirsi nella società, di appropriarsi della normalità. vive la sua vita ai margini del mondo facendo file negli uffici dei discografici, cantando nei locali pezzi degli altri, ma nulla di suo. Per il protagonista esiste soltanto la musica, e quando canta probabilmente si sente protagonista del suo destino, ma sceso da un palco diventa “vittima” di quello stesso destino che in qualche modo si sentiva predestinato. Ma nello stesso protagonista c'è un processo che lo porta alla consapevolezza e contemporaneo rifiuto di quel successo sfiorato, ma che non arriverà mai.

Infatti, il protagonista dice “Bevevo molto: mi piaceva, mi dava sicurezza, mi faceva sentire maledetto. Ed essere maledetto era la mia salvezza: voleva dire che non sfondavo per colpa della mia tendenza autodistruttiva. Era fondamentale che riuscissi a dare ai miei insuccessi una motivazione la più romantica possibile....” Le giustificazioni che cerca il protagonista sono il “terreno” paludoso che gli consente di tenere in piedi quella sua non esistenza, almeno per qualche tempo.


Il romanzo di Enrico Ruggeri è ambientato nel mondo della musica, ma dobbiamo domandarci: Quanti Francesco Ronchi esistono nel mondo dello spettacolo, del giornalismo e in altri settori produttivi? Tanti, tantissimi. La storia è ambientata alla fine degli anni settanta e inizi anni ottanta, ma può benissimo essere una storia figlia dei giorni nostri. Per esempio il programma “Le Iene” qualche tempo fa mandò in onda un servizio dal titolo “La depressione da reality” e intervistava vari ex protagonisti del “Grande Fratello” che una volta chiusi i riflettori delle telecamere non sono stati più capaci di reinventarsi una vita nuova cadendo di conseguenza in depressione.


In tempi dove il precariato sta minando fortemente le certezze professionali di milioni di giovani, ridefinire i nostri obiettivi e trovare strade alternative ai nostri sogni diventa un “patto” con noi stessi necessario per continuare a sopravvivere. Non dobbiamo abbandonare e rinunciare i nostri sogni, i sogni sono parti di noi stessi come le gambe, le braccia del nostro corpo. Senza di essi finiamo con l'essere menomati o di diventare dei zombi, ma bisogna essere capaci di coltivarli nella nostra intimità senza dimenticare gli obiettivi quelli più realisticamente raggiungibili da parte nostra.


Dobbiamo evitare di diventare dei “Francesco Ronchi” , ossia che un sogno possa rendere il nostro presente una “terra” arrida e senza vita. L'amore di un sogno non deve precludere altri possibili amori e portarci alla fine a non amare la vita stessa. Il romanzo di Enrico Ruggeri “Che giorno sarà” pone molti interrogativi che riguardano non solo l'esistenza del protagonista, ma le esistenze di tutti noi giovani che siamo alla ricerca di una collocazione nel mondo del lavoro e quindi nella società.

Fonti
http://www.enricoruggeri.info/

http://blog.panorama.it/libri/2011/01/04/che-giorno-sara-a-fine-gennaio-enrico-ruggeri-debutta-in-narrativa/

http://www.rockol.it/libri.php?idlibro=684

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-eee2a35a-c776-4d22-bbbb-5fef282d5ea1.html



 


22 dicembre 2010

INTERVISTA A BENEDETTA COSMI: AUTRICE DEL LIBRO “NON SIAMO FIGLI CONTRO – FIGURE-DOCENTI BEAT, STUDENTI BIT GENERATION”di Marco Patruno

 

-Benedetta Cosmi è autrice del saggio Non siamo figli contro-figure – docenti beat, studenti bit generation pubblicato dalla Sovera Edizioni. L'autrice nel suo saggio scatta una fotografia sulla c.d. “generazione bamboccioni” che tanto fa discuttere di sè. Una generazione che non riesce a trovare degli spazi nella politica, nell'economia e nella società. Benedetta Cosmi in questo saggio cerca di andare oltre alla rappresentazione spesso frammentaria, pregiudiziale e superficiale che viene data alla mia generazione dai mezzi di comunicazione di massa.
http://www.nonsiamofiglicontrofigure.com/public/wordpress/?tag=benedetta-cosmi

Ciao, il tuo libro smonterebbe la teoria dei bamboccioni che ha trovato molti consensi tra i politici e gli intellettuali italiani. Potresti esporre la tua o le tue tesi ?

Padoa-Schioppa ci ha fatto un regalo. Ha imposto all’attenzione dei media un fenomeno, a volte serve presentarlo così ridicolizzato, a noi che lo studiamo sulla nostra pelle spetta di dire la verità. La verità è che quando bastava la licenza media, la percezione di maturità era più alta; ad oggi una scuola superiore con basse pretese valoriali, di imprinting etico, rilascia certificati che pesano come condanne: a trenta anni di adolescenza!

Oggi gli stage sono quasi diventati una forma di precariato o post-precariato, si arriva a 30 anni e si continua ad essere degli eterni stagisti. Cosa pensi degli stage? E quali interventi dovrebbero essere fatti per renderli uno strumento migliore che contribuisca all'effettiva formazione e inserimento dei giovani nel mercato del lavoro?

La fregatura è stata credere all’etichetta “formativa”. Vi faccio un esempio che è il praticantato giornalistico. Una volta si diventava professionisti così’. Si percepiva stipendio per quei 18 mesi; oggi non solo non sei pagato ma devi sborsare 15 mila euro di scuole di giornalismo, dove è previsto appunto in mezzo lo stage, rigorosamente gratis, per poter accedere all’esame di Stato. Ma stiamo scherzando? Basta, dobbiamo dire basta a chi ci vuole controfigure, soggetti alla formazione per tutta la vita. Qualche lezione la potremmo dare noi, del resto le aziende in crisi le hanno gestire loro, scommette su di noi, e poi ne riparliamo.


Secondo te i giovani con le loro forze riusciranno ad emergere nella politica, nell'economia, nella società oppure sarà necessario una sorta di patto tra generazioni?

Quando si incontrano? Dico quando è previsto che i giovani “inciampino” sulla politica? Parliamoci chiaro la prima presentazione ufficiale è con troppa probabilità nel momento in cui il padre chiede anzi elemosina un posto di lavoro al candidato consigliere, sindaco, onorevole, per il figlio laureato con i massimi dei voti nell’università di un’altra Regione. Perché suggerisco questo fumetto, se non per dire che un innalzamento dell’istruzione sembra aver isolato i giovani dalle altre istituzioni, quelle che in effetti restano fuori dalle classi, assenze ingiustificate nella formazione. Le delusioni degli adulti pesano oggi, mancano le passioni sane trasmesse. Ma noi le abbiamo e sapremo contagiare. Svecchiare. Questa agenda e la loro politica. E viceversa.

In un recente sondaggio inchiesta della rivista “Walk on Job” emerge che oltre il 56% dei giovani intervistati guadagna una cifra ben inferiore ai 1000 euro. Si può essere indipendenti e farsi una propria vita a queste condizioni retributive?

No, ribalterei la domanda, si può far crescere il pil (famoso prodotto interno lordo)? Fin quando una fetta importante vitale dinamica energica di popolazione non contribuisce a creare movimento, vita per l’economia?

Vedi delle risposte e proposte politico – istituzionali e/o sindacali che possono concretizzarsi in un concreto aiuto per i giovani?

Il job sharing. Quella modalità di contratto che cade su due soggetti i quali in autonomia stabiliscono orari e divisioni. Per esempio immaginate pensare questi tipi di novità: un giovane lavoratore e uno maturo. Da una parte la freschezza e la competenza tecnologia, dall’altra l’esperienza. Sempre più devono lavorare braccio a braccio.
Soprattutto pensate alla terza fascia oraria, da introdurre, quella serale! quella che ci salverebbe dalle chiusure sconcertanti di musei, biblioteche ecc ecc, ad orari che se il palinsesto fosse moderno certamente non terrebbe spente le città proprio durante le ore libere dei cittadini. La notte, quando la città dorme ma la delinquenza vive, il disagio cresce, la devianza nasce. I giovani e la notte sono un binomio ad oggi pericoloso. Nella mia visione sono una scommessa avvincente per chi si occupa di educazione, di beni culturali, di sociologia e soprattutto per gli economisti. Pensa, il sabato sera in alternativa alla discoteca cosa c’è? Il cinema ultimo spettacolo 22.30, il teatro? Ore 21. I negozi ore 20. Cara Italia ti scrivo, ma siccome siamo molto lontani più forte ti scriverò. Leggi non siamo figli contro-figure.


25 ottobre 2010

GAD LERNER – OPERAI: LA CLASSE OPERAIA NON VA IN PARADISO di Marco Patruno

 

  GAD LERNER OPERAI IMMAGINE MODIFICATA

 

In questi giorni mi sono accorto che la casa editrice Feltrinelli ha ristampato il libro “Operai” del giornalista e conduttore televisivo Gad Lerner http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807722134/Operai/Gad_Lerner.html . Un reportage che scruta le esperienze, i luoghi, l'anima della classe operaia degli anni ottanta. Un viaggio intenso in lungo e largo per l'Italia fra il Piemonte e l'irpinia, Milano e la Brianza, termoli e Cassino. Alla ricerca di coloro che sono stati i veri protagonisti della vita economica del mio paese.

 

Gad Lerner incontra alcuni di questi protagonisti, racconta le loro esperienze, gli espedienti per sopravvivere. Un viaggio ricco da un punto di vista umano alla scoperta di un mondo che lo conoscevamo soltanto in parte e in alcuni momenti della vita collettiva del nostro paese. Ad esempio attraverso gli scioperi. Ma nessuno si è posto una domanda molto semplice: qual'è il volto dell'operaio prima e dopo lo sciopero?

 

Il libro di Gad Lerner ci fa esplorare la straordinaria bellezza di questo volto, decisamente più bello dei volti dei nostri politici che vanno in televisione o di quella parte dell'imprenditoria italiana che sta deturpando negli ultimi anni le bellezze del mio paese attraverso i cosiddetti processi di delocalizzazione che trasferiscono le produzioni all'estero per abbattere i costi del personale e ottenere maggiori profitti.

 

Il libro di Gad Lerner non è un trattato storico perchè la classe operaia esiste ancora. C'è né accorgiamo soltanto in occasione di alcune tragedie nazionali. Le proteste degli operai di Pomigliano D'Arco, l'incidente accaduto alla Thysenn Krupp di Torino. Abbiamo una classe operaia che si sta vedendo giorno dopo giorno espropriarsi del bene più prezioso: il lavoro. Ma senza lavoro, non esiste più una classe operaia, non esiste più un lavoratore e alla fine non esisterà più L'Italia.

 

Viviamo in tempi strani. Dove ci sono sono imprenditori che vengono accolti dai mezzi di comunicazione di massa come se fossero paladini dell'unità d'Italia quando quest'ultimi sono, invece, degli anti-italiani al servizio di loro stessi e del loro tornaconto personale. Questi imprenditori stanno disunendo l'Italia più di altri fenomeni e stanno facendo precipitare la classe operaia all'inferno.

 

Inoltre i mezzi di comunicazione come la televisione ci forniscono l'immagine parziale del volto dell'operaio. Quello arrabbiato, quello nervoso perché reclama legittimamente il proprio lavoro e il diritto a vivere e i nostri politici che da uno studio televisivo le guardano come attrazioni da circo. Questo è uno dei tanti motivi che vale la pena di leggere questo libro. Perchè attraverso il libro “Operai” possiamo cogliere le sfaccettature di una umanità spesso impossibile da afferrare attraverso una diretta televisiva .


13 agosto 2010

INTERVISTA A SARA LORENZINI: DIARIO SEMISERIO DI UNA REDATTRICE A PROGETTO di Marco Patruno

Mondadori1
 

Intervista a Sara Lorenzini pubblicata su http://generazionep.blog.lastampa.it il giorno 15 marzo 2010 per proposte di collaborazioni contatti marco generazionep@libero.it
 
Sara Lorenzini è autrice del libro “Diario se miserio di una redattrice a progetto” edito dalla casa editrice Mondadori http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?autoreUUID=db05a102-fcdb-11de-bd29-5184499cb6d9&isbn=978880459440 Il romanzo ci fa conoscere con semplicità, ironia e giusta leggerezza il volto nascosto della televisione attraverso gli occhi di una giovane redattrice precaria. Certamente la realtà che l’autrice ci aiuta ad esplorare non è quello dorato del “Grande fratello” o “ Amici”, ma è sicuramente più vero della finzione televisiva che siamo abituati a subirci quotidianamente come pubblico televisivo rinchiudendoci dentro gabbie di illusioni.  Sara Lorenzini lavora attualmente come editor per riviste di bambini e adolescenti.
Nel suo libro, “Diario semiserio di una redattrice a progetto” racconta il dietro le quinte del magico mondo della televisione. Chiusi i riflettori, la televisione continua a essere magica oppure è soltanto un’illusione?
La televisione è una fabbrica in cui si producono, a ciclo continuo e con un lavoro a catena, intrattenimento, spettacolo, immagini. Spenti i riflettori, c’è un esercito di operai, dalle maestranze tecniche alle menti creative, che continuano a lavorare con passione e con fatica. La magia c’entra poco.
La protagonista del suo libro è una ragazza precaria. Che cosa rende il precariato nelle redazioni e dei redattori diverso dal precariato presente nelle altre professioni?
Niente, davvero. I contratti a progetto e tutto quello che comportano, dalle difficoltà quotidiane, spesso anche drammatiche, all’ansia costante del rinnovo sono le stesse per tutti. I redattori non sono di certo dei privilegiati perché lavorano in quello che molti definirebbero “il magico mondo della televisione”. Sono spesso giovani pieni di talento, che hanno studiato per fare quel mestiere e che si ritrovano a combattere con una realtà sociale e lavorativa che poco corrisponde alle loro aspettative. La storia di Emma, la mia protagonista, è la storia di molti della mia generazione, al di là del contesto in cui svolge la sua professione.
Quali sono gli aspetti caratteriali e psicologici che dovrebbe avere un buon redattore per sopravvivere alla vita di redazione?
Determinazione, fantasia, precisione, creatività, tenacia, intuito e un grande capacità di lavoro in gruppo.
Siamo abituati come pubblico televisivo ad ascoltare cifre da capogiro.  Ad esempio, il vincitore del “Grande Fratello 10“ ha vinto mi sembra 250.000 euro. I redattori mediamente quanto guadagnano?
Le cifre guadagnate da chi appare in video o quelle messe in palio nei reality show non sono di certo riservate a chi lavora dietro le quinte. Che io sappia, un redattore in media può guadagnare anche un netto minimo di mille euro al mese, mille cinquecento e poco più, se non è alle prime armi…
Ha dei progetti futuri rinchiusi nel cassetto e che gli piacerebbe realizzare? Ha dei consigli da dare alle aspiranti neo redattrici?
Mi piacerebbe molto vedere realizzato il format che inventa la mia protagonista con le sue amiche nel corso del romanzo, e che io ho scritto a quattro mani con Francesca Fabbri. Così come vederne realizzati tanti altri che tengo chiusi in un cassetto… Potrei riempire un palinsesto intero! Sarebbe bello se società di produzioni o canali televisivi prestassero più attenzione alle idee di giovani come me, e ce ne sono tanti, con l’intenzione di sperimentare nuovi progetti. Un consiglio alle redattrici? Rubare con gli occhi il mestiere dell’autore. Queste professioni si possono imparare solo sul campo…
 
Scritto il 15/03/10 alle 08:53 nella Lavoro | Permalink

8 agosto 2010

INTERVISTA A SARA HEJAZI: IL RUOLO DELLA DONNA ISLAMICA IN OCCIDENTE di Marco Patruno

intervista a Sara Hejazi pubblicata il 25 gennaio 2010 su http://generazionep.blog.lastampa.it per collaborazioni contatti marco generazionep@libero.it

Iran_s_velato_sara_hejazi

Sara Hejazi antropologa italo – iraniana dell’Università degli Studi di Torino è autrice del libro L' Iran s-velato. Antropologia dell'intreccio tra identità e velo, pubblicato dalla casa editrice Aracne. Sara Hejazi ha dedicato una parte delle sue ricerche sul ruolo del velo nella Repubblica Islamica d’Iran. Sara Hejazi è autrice anche del libro L’altro Islamico. Leggere L’islam in occidente, pubblicato sempre da Aracne. In questa intervista gentilmente concessa da Sara Hejazi ci interroghiamo più sul ruolo del velo e della donna islamica in occidente alla luce di iniziative, dichiarazioni e politiche nazionali che sembrano andare in controtendenza per una reale affermazione delle libertà individuali dell’immigrato in occidente. Sara Hejazi collabora anche con diverse riviste del settore. 

 
Marco Patruno - In Italia, il velo spesso viene percepito come un “simbolo di sottomissione della donna islamica e ostacolo ad una vera politica dell’integrazione” per dirlo con le stesse parole di uno dei ministri della Repubblica Italiana. La mia domanda è: il velo è una forma di soppressione o di affermazione dell’identità della donna islamica?

Sara Hejazi - Intanto il velo di oggi non ha nulla a che fare con il velo “d’oriente” di fine settecento, che tanto sconvolgeva i viaggiatori europei che andavano- fiduciosi del proprio bagaglio illuminista e del progresso tecnologico - a visitare popoli “altri”, che risultavano ai loro occhi “primitivi, irrazionali, velati non solo dai chador, ma dall’arretratezza culturale”. Di quel pensiero orientalista oggi rimane sostanzialmente solo il pregiudizio di una superiorità occidentale rispetto a un oriente ottuso e arretrato, mentre, nel frattempo, tutto è cambiato. Il velo del presente è un velo moderno, nel senso che non impedisce a chi lo indossa di lavorare, studiare, sposarsi più tardi, avere pochi figli, consumare prodotti del mondo globale, ecc. Ma è letto ancora con lo stesso sguardo orientalista. E’ difficile dire se chi lo indossa lo fa per affermazione identitaria, per una scelta spirituale, per abitudine o perché è la famiglia che glielo impone, perché ci sono contemporaneamente tutte queste ragioni per velarsi. Ciò che conta è che non si tratta di un velo tradizionale, ma del simbolo di una riproposta religiosa in un mondo che erroneamente si è auto- rappresentato come laico, razionale e “universale” nei suoi valori.
 
Marco Patruno - Periodicamente esce la polemica sulla questione sul proibire o meno il velo nei luoghi pubblici. Penso ad esempio nelle scuole. Che cosa né pensi?

Sara Hejazi - Per citare lo studioso Olivier Roy, credo che il problema qui sia la percezione di un simbolo religioso come simbolo culturale: il velo non è visto solo come la manifestazione di un credo spirituale, ma come un simbolo culturale, e nello specifico, di una cultura “altra”, diversa da quella europea. E’ questo il vero problema. Anche il crocefisso non è solo un simbolo religioso, ma è la manifestazione di una cultura, quella italiana, quella autoctona. Allora forse il problema del velo nei luoghi pubblici non è tanto legato al credo religioso musulmano di per sé, ma al fatto che chi lo indossa è immediatamente catalogato come “altro” in senso culturale. La soluzione potrebbe essere quella di imparare a leggere il simbolo religioso in quanto tale, senza conferirgli anche un valore culturale minaccioso, o distante, o in conflitto coi valori della società autoctona.
 
Marco Patruno -Molte ragazze/i della tua generazione sono nate in Italia, parlano perfettamente l’italiano e sono più italiani di altri italiani (scusa per il gioco di parole). Tra i ragazzi che conosci rimane forte il legame con le proprie radici oppure c’è una totale adesione ai costumi e tradizioni occidentali?
Sara Hejazi - Nessuna cultura è mai stata rigida o impermeabile all’incontro con l’altro. Dalla notte dei tempi l’uomo si è spostato e ha compiuto il proprio cammino storico grazie alla mescolanza di etnie, saperi e, oggi più che mai, di prodotti culturali. I cosiddetti G2, le seconde generazioni di immigrati, sono senza dubbio italiani a tutti gli effetti ma aggiungono a questa “italianità” anche un’altra appartenenza. E’ possibile infatti essere italo-americani, così come franco-tunisini, e via dicendo, ed esserlo realmente. Negli ultimi anni però il discorso pubblico demonizzante nei confronti dell’Islam ha sicuramente dato una spinta contraria alla società, cioè ha promosso una sorta di “riscoperta delle proprie origini” da parte dei G2, e una riproposta dell’Islam laddove, per esempio negli anni Ottanta, le prime generazioni di immigrati l’avevano accantonato in nome di un’assimilazione più indolore. Sono fenomeni moderni che si accompagnano alla generica tendenza di riscoperta del locale di fronte alla paura del globale, così come della riscoperta della religione di fronte al vuoto dei valori o al venir meno dei valori tradizionali.
Marco Patruno - Le professioni prevalenti della donna iraniana e la sua possibilità di mobilità sociale in Iran? E se ti risulta un peggioramento o un miglioramento occupazionale e socio – economico della donna iraniana in Italia una volta immigrata?
Sara Hejazi - Uno dei nodi fondamentali dell’Iran del presente è proprio la mancanza di mobilità sociale che si fronteggia con una popolazione giovanissima (70% sotto i 30 anni) e che ha avuto accesso in massa all’istruzione. Non è dunque una questione prettamente femminile, ma una problema più su larga scala quello delle “classi inaccessibili” nella società iraniana. La grande maggioranza degli studenti universitari oggi in Iran è donna, ma questo non significa che poi le donne abbiano maggiore accesso ai lavori qualificati, per questa ragione oggi il matrimonio rappresenta l’unica garanzia per mantenere il livello sociale invariato, ed è ancora diffusa la pratica del matrimonio combinato dalle madri dei due futuri coniugi. Per quanto riguarda l’immigrazione iraniana in Italia, si tratta di u’immigrazione d’élite, composta per lo più da una classe media e medio-alta, giunta in Italia all’inizio degli anni ‘80 per studiare, e assorbita poi dal mercato del lavoro italiano in quanto manodopera qualificata: si tratta di farmacisti e farmaciste, architetti, ingegneri, personale medico e paramedico.
Marco Patruno - Ti risultano forme di discriminazione, mobbing di donne iraniane sui luoghi di lavoro in virtù della loro decisione di indossare il velo?
Sara Hejazi - Per le caratteristiche specifiche dell’immigrazione iraniana, non mi risulta che le poche iraniane residenti in Italia indossino il velo; il rapporto conflittuale con il governo iraniano fa sì che la loro religiosità diventi solo interiore e rifiuti ogni forma di ritualità religiosa esteriore come il velo, il ramadan, la preghiera in moschea, ecc.

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