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11 marzo 2012

INTERVISTA A JACOPO IACOBONI, AUTORE DEL LIBRO “CONTRO L'ITALIA DEGLI ZOMBIE – WEB POLITIK E NUOVA POLITICA” di Marco Patruno

 
Il blog Generazione P ha recentemente intervistato il giornalista della Stampa Jacopo Iacoboni, autore del libro “Contro L'Italia degli zombie – web politik e nuova politica” pubblicato dalla casa editrice Aliberti http://www.alibertieditore.it/



ciao, il tuo libro si intitola “Contro l'Italia degli zombie-web politik e nuova politica”, ma davvero dal web può partire un processo di de-mummificazione della politica italiana?

La mobilitazione contro gli zombie non parte dal web: sta nella realtà. Poi certo, il web, i social network, sono il luogo naturale da usare in un momento in cui il sistema dei media - per pigrizia, sciatteria, a volte vero e proprio opportunismo o servilismo - si rivela impermeabile a quello che si muove nella società italiana. Che è tanto, anche se non è ovviamente una proposta politica coesa. Quella toccherebbe ai partiti... se non fossero zombizzati.

Quali differenze e assomiglianze noti tra i movimenti di rivendicazione giovanili sorti in Italia e quelli che si sono sviluppati nel resto d'Europa e in America?

Rispetto alla Spagna di Puerta del Sol, direi che c'è una differenza notevole: lì i militanti - chiamati indignados dai media - sono effettivamente estranei ai partiti o a organizzazioni strutturate. Da noi, un po' e un po', nel senso che in mezzo a tanta mobilitazione che non c'entra più nulla coi partiti (neanche di sinistra), s'infilano poi vecchie strutture (tipo certo sindacato, o la politica, penso a Sel o Idv). Ma il vero punto sono le loro ragioni: in Spagna era molto forte la protesta anti-Zapatero, qui da noi lo era quella contro Berlusconi, ma anche contro la casta in generale, cioè anche contro il Pd. Sono le radici a esser simili: insoddisfazione contro una politica che esclude, rivolta contro le banche e la finanza, quelle banche che prendono i soldi dalla Bce all'1%, e li ridanno ai cittadini (quando li ridanno), al 4%. In America, per dire, con Occupy Wall Street, l'elemento dominante è la critica alla grande finanza, ma anche lì direi che c'è una grande richiesta di partecipazione.
Anche se sarebbe poi interessante vedere anche qualche ricetta, oltre ai classici welfare, tasse, un po' di ambientalismo.

Nel tuo libro citi molti esempi di satira web 2.0 che si trovano su youtube e sui vari social network, secondo te attraverso la satira le giovani generazioni esprimono un inconsapevole bisogno di rappresentanza e partecipazione alla vita sociale, economica e politica di questo paese?



Sicuramente sì. Penso sia un totale abbaglio scambiare questi fenomeni spontanei- ma a volte quasi professionali nei risultati - con una manifestazione di anti-politica. La vera antipolitica sta nei palazzo, oggi.

Questa satira di massa spesso anonima manderà in pensione Maurizio Crozza e Sabina Guzzanti e vari artisti come loro?

Sono entrambi un'altra epoca. Crozza mi pare un esempio ormai classico di satira di regime, strutturale al canto del potente ("de sinistra", ma anche di centrodestra, vedere i siparietti gentili a Ballarò). Guzzanti mi sembra assai meno inquadrabile, e potenzialmente eterodossa, anche se io la preferisco come geniale imitatrice.

Jacopo Iacoboni (Napoli, 1972) è un giornalista e scrittore italiano. Scrive di politica e società su La Stampa. Ha raccontato gli attentati dell'11 settembre e la nascita del movimento no global. Ha seguito da inviato le elezioni politiche 2001, 2006, 2008, l'evoluzione del berlusconismo, le primarie del centrosinistra di Prodi, la nascita del Partito Democratico, la crisi della sinistra l'eredità degli anni settanta (tra l'altro con interviste a Vittorio Foa, Rossana Rossanda, Umberto Eco, Pietro Ingrao, Adriano Sofri, Guido Viale, Walter Veltroni, Renato Soru, Sergio Cofferati, Antonio Negri, Renato Zangheri, l'ex capo delle BR Renato Curcio, gli ex terroristi Paolo Persichetti e Cesare Battisti). Per La Stampa di Giulio Anselmi ha commentato le elezioni presidenziali americane del 2008. Tra 2008 e 2009 una sua serie di inchieste ha raccontato il potere nelle città italiane alla vigilia delle elezioni - da Bologna a Venezia e Firenze, dalla Sardegna a Napoli. Collabora con Radio tre e con La7. Nel 2005 ha vinto il Premio Ischia di giornalismo per la carta stampata[1][2].
Tiene una rubrica di politica chiamata
Arcitaliana sul sito internet de La Stampa.




30 giugno 2011

INTERVISTA A CLAUDIA CUCCHIARATO: AUTRICE DEL LIBRO “VIVO ALTROVE” di Marco Patruno

 

Claudia Cucchiarato, autrice del libro “Vivo Altrove – giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi”, mi ha concesso gentilmente una intervista. Collaboratrice per “L'unità” e “La Repubblica” e del quotidiano spagnolo “La Vanguardia”, è tra i maggiori esperti sulle nuove emigrazioni dei giovani italiani all'estero. Claudia Cucchiarato, attraverso il suo libro e un sito, ha raccolto numerose testimonianze di questa generazione di neo-migranti.



Con il suo libro “Vivo altrove” ha raccolto le testimonianze di ragazzi che hanno deciso di lasciare l'Italia. Questi ragazzi vorrebbero ritornare a vivere e lavorare in Italia oppure l'estero è una scelta definiva?



Non si tratta di una scelta definitiva, ma la maggior parte non saprebbe dire se tornerà e a quali condizioni. Diciamo che siamo una generazione abbastanza liquida, senza radici, non nel senso che non sentiamo le nostre radici italiane, ma nel senso che tendiamo a non mettere radici in nessuno dei posti in cui ci trasferiamo. Per questo motivo, la maggior parte delle persone che ho intervistato per il libro, che si raccontano nel sito www.vivoaltrove.it o che hanno pubblicato la loro testimonianza nel sondaggio che ho lanciato a ottobre nel sito di Repubblica, ha vissuto in almeno tre o quattro città diverse all'estero. Nutriamo tutti la speranza di poter scegliere di tornare in Italia, proprio come abbiamo avuto la possibilità di scegliere di andarcene. E purtroppo, almeno per ora, questa non è una speranza concreta: l'estero è una scelta molto più allettante di quanto lo sia l'Italia in questo momento, da tutti i punti di vista, politico, economico-lavorativo, culturale, sociale...



Diversi studi stanno evidenziando che in Italia esisterebbe una “fascia” di giovani laureati poco propensi alla mobilità, che non si sposterebbe oltre la propria provincia di residenza. Secondo lei quali potrebbero essere i motivi?



Io non ho registrato questa tendenza. È vero che tendiamo ad essere pigri e che i famosi “bamboccioni” sono molto più numerosi in Italia che altrove (ci sarebbe comunque da dire che moltissimi dei giovani italiani da tempo domiciliati all'estero risultano ancora residenti a casa di mamma e papà, perché tendono a non iscriversi all'Anagrafe degli Italiani all'Estero, quindi i “bamboccioni” sono molto meno numerosi di quel che si pensa). Ma ci sono decine di migliaia di giovani che ogni anno si spostano all'interno dell'Italia e anche fuori da essa. Secondo i dati dell'Ocse, gli italiani sono in proporzione tra i più propensi ad abbandonare il proprio paese, il problema è che pochi giovani provenienti da altri paesi “sviluppati” hanno voglia di venire a vivere in Italia e si crea un deficit. Siamo tra i paesi dell'Ocse con il saldo più negativo tra “cervelli” in entrata e “cervelli” in uscita.



Mi può indicare tre “mali” che colpiscono il nostro paese e costituiscono ragioni valide per andarsene all'estero?



Tra i più citati dalle persone che ho intervistato: la gerontocrazia imperante (in politica, nelle aziende, nelle università...) e la scarsa meritocrazia (l'Italia è il paese d'Europa in cui la minor percentuale di posti di lavoro si trova in modo trasparente: annunci o selezioni); una mentalità molto rivolta verso l'interno e uno scarso interesse nei confronti del diverso (che spesso diventa vera e propria paura); last but not least, la corruzione assurta a modus vivendi di chiunque e l'incapacità del nostro paese di pensare al futuro e di fare investimenti sulla ricerca, la cultura, il sapere e la formazione.



C'è qualche progetto professionale che lei vorrebbe realizzare in Italia?



Moltissimi, come dicevo all'inizio, mi piacerebbe poter scegliere di tornare proprio come ho scelto di andarmene, ora c'è addirittura una legge che promuove il ritorno attraverso sgravi fiscali (Controesodo). Ma non mi ci vedo ancora a vivere in Italia (a guardare la televisione italiana credo che non mi ci abituerò mai più...) e a trovare un terreno fertile per i miei progetti. Un solo esempio: da qualche mese sto cercando di produrre un documentario sul mio libro, ovviamente ho bussato alla porta di molte case di produzione e istituzioni italiane, ma non ho cavato un ragno dal buco. A Barcellona, alla prima casa di produzione a cui mi sono rivolta il progetto è sembrato subito interessante e mi hanno dato carta bianca, nonostante la crisi economica, secondo tutti i mezzi di comunicazione, sia molto più profonda in Spagna che in Italia...





24 giugno 2011

PIER LUIGI CELLI: “ OGNI CERVELLO CHE PERDIAMO BUTTIAMO VIA DALLA FINESTRA 500 MILA EURO” di Marco Patruno

  

Riporto qui di seguito alcuni passi dell'intervista di Elisa Manacorda al direttore generale dell'università Luiss, Pier Luigi Celli, apparsa sul settimanale “ L'Espresso”. Si parla di giovani, università e sulla importanza per un laureando di fare un esperienza all'estero. Pier Luigi Celli mette in guardia i giovani, ma anche l'istituzione universitaria e le aziende da una serie di pericoli da evitare.


Giornalista: Direttore, ci risiamo. Due anni fa pubblicava una lettera aperta a suo figlio, suggerendogli di emigrare dopo gli studi. Oggi a questo brillante studente consiglierebbe la stessa cosa?


Pier Luigi Celli: “ …un intera generazione rischia ancora di non accedere al mercato, o di arrivarci male. Strumenti di accompagnamento ancora non se ne vedono. Insomma, resta molto da fare, visto che per ogni cervello perduto buttiamo dalla finestra 500 mila euro....”


Giornalista. Andare all'estero, allora: ma per restarci o per tornare?


Pier Luigi Celli: “Un periodo all'estero fa sempre bene. Io consiglio di partire una volta finiti gli esami, nei sei mesi che servono a rivere la tesi. Se si è scelta la laurea triennale si può partire per fare un Master. Ma se si è orientati alla specialistica, meglio fare un Erasmus durante il corso di studi, prendendo già contatti con una realtà conessa ai nostri interessi e alla nostra formazione (un'università o azienda), e poi tornarci per preparare la discussione finale...[ma il punto] è che il soggiorno all'estero va governato.”


Giornalista: E chi dovrebbe governarlo?


Pier Luigi Celli : “L'Università da cui si proviene. Oggi molti studenti vanno all'estero, ma a volte il soggiorno si trasforma in una vacanza. Per evitare questo spreco, l'ateneo dovrebbe attrezzarsi a seguirli a distanza, non abbandonarli al loro destino...E invece la solitudine è la condizione frequente di chi parte. Il problema è che l'accademia italiana, per struttura e per cultura, non è predisposta alla cura degli studenti. Il risultato è che ragazzi bravi, ma che non hanno alle spalle una famiglia solida, anche da un punto di vista economico, rischiano di perdersi.”


Giornalista: Quindi vale ancora la pena studiare, qui o altrove?


Pier Luigi Celli: “...non ha senso accumulare titoli qualunque, mentre è importante cominciare a lavorare presto: solo l'occupazione ci fa capire quali sono le nostre lacune e i punti deboli sui quali dobbiamo intervenire tornando sui banchi. Un azienda lungimirante dovrebbe fare proprio questo: promuovere la formazione continua dei suoi impiegati, occuparsi degli uomini e non solo del business. Purtroppo di aziende così lungimiranti non ce ne sono poi tante”


Giornalista - Quindi le aziende italiane non possono sentirsi assolte e danzare sugli allori. La formazione e la specializzazione dei giovani non può essere un compito esclusivo delegato al sistema universitario. Ma Pier Luigi Celli ci mette in guarda che la formazione non deve essere fine a stessa, per il puro piacere di accumulare titoli su un curriculum o come forma sostitutiva del lavoro che non si trova. Lavoro e formazione devono andare di pari passo affinché la teoria possa intrecciarsi con la conoscenza e la competenza specifica e pratica del lavoro.




Pier Luigi Celli - Ogni cervello che fugge all'estero “buttiamo via 500 euro dalla finestra.” Ma chissà quanti soldi abbiamo buttato via senza accorgerne perché un giovane di modeste condizioni famigliari non ha potuto sviluppare quelle competenze e talento che con adeguati strumenti di accompagnamento avrebbero consentito.


Che cosa aspetti!? Partecipa all'iniziativa “GENERAZIONE TALENTO” lanciata dal blog GENERAZIONE P

http://generazionep.ilcannocchiale.it/post/2658601.html 




13 agosto 2010

INTERVISTA AL PROFESSORE MICHEL MARTONE di Marco Patruno

 

Intervista al professore Michel Martone pubblicata su http://generazionep@libero.it il giorno 6 febbraio 2009 per proposte di collaborazioni contatti marco generazionep@libero.it

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Questa settimana ho avuto il piacere di intervistare Michel Martone professore ordinario di Diritto del lavoro all’università LUISS di Roma e professore ordinario della cattedra di diritto del lavoro presso l'Università di Teramo. Michel Martone è autore del sito www.michelmartone.org L’intervista affronta il rapporto tra precariato e flessibilità. La coesistenza spesso difficile di due mercati. Un mercato del lavoro e un mercato delle opportunità dove sembrano andare paralleli senza che ci sia apparentemente un nesso tra di loro. E infine la questione di una “ricetta ideale” per una flessibilità dal volto decisamente più umano. Non voglio rubare altro tempo ai miei lettori, e vi lascio alle risposte del professore Michel Martone.

 
Che cosa pensa del precariato giovanile? Precariato e flessibilità sembrano essere diventati due termini sinonimi e facilmente intercambiabili tra di loro. Realtà o e soltanto un'impressione?
 
Sono due facce della stessa medaglia che dovrebbero consentire al nostro Paese di partecipare alla competizione globale.
Ma per evitare che la flessibilità si trasformi in precarietà è necessario l'ammodernamento del nostro diritto del lavoro, che introduca tutele di nuova generazione per tutti i giovani che hanno contratti con data di scadenza.
Problemi nuovi richiedono soluzioni nuove.
La riforma degli ammortizzatori sociali potrebbe decollare se il Ministro Tremonti riuscirà a trovare gli 8 miliardi promessi.
 
Il precariato ormai sembra invadere qualsiasi settore del mercato del lavoro. Anche campi strategici come la ricerca e l'insegnamento. Vivere eternamente sotto contratti a termine aiuta il ricercatore o l'insegnante a svolgere al meglio il proprio lavoro?
 
Dipende. La stabilità del posto di lavoro può garantire ad alcuni la tranquillità necessaria ad affrontare ricerche difficili e complesse su temi ambiziosi, ma anche indurre altri ad adagiarsi nelle comode progressioni di carriera per anzianità.
Come sempre non dipende solo dalle leggi ma anche dagli uomini.
 
Oggi per un giovane laureato sembra essere più difficile orientarsi sul mercato. E' come se esistessero contemporaneamente un mercato del lavoro e un mercato delle opportunità, formato quest'ultimo da una miriade di corsi di formazione e master che non sempre sono in grado di preparare il giovane per il mercato del lavoro. Che cosa ne pensa? E quali consigli si sente di dare ad un laureando o neolaureato?
 
Ha perfettamente ragione.
Dovremmo ridurre i master come i corsi di laurea, per insegnare agli studenti un metodo e non inculcare nozioni.
 
Secondo lei quale sarebbe, per così dire, la "ricetta ideale" per una flessibilità dal volto più umano? 
 
Credo che sarà il tema del mio prossimo libro.
Comunque più che le parole servirebbero risorse, perchè tutti i diritti hanno un costo.


 

13 agosto 2010

WALTER VELTRONI – NOI : INTERVISTA SUL PRECARIATO di Marco Patruno

 

Intervista a Walter Veltroni pubblicata su http://generazionep.blog.lastampa.it il giorno 14 ottobre 2009 per proposte di collaborazioni contatti marco generazionep@libero.it
 
Lunedì 12 ottobre, Walter Veltroni ha presentato il suo ultimo romanzo alla libreria Feltrinelli di Torino. “Noi” – la storia di quattro generazioni della stessa famiglia che vivono esperienze significative che si intrecciano con i momenti decisivi della recente storia italiana. Una storia che inizia nel 1943 e si proietta fino al 2025, nel nostro prossimo futuro fatto di inquietudini e speranze.
L’incontro è stato l’occasione ideale per porre all’ex leader del Pd, alcune domande a sorpresa inerenti il precariato giovanile. Precariato che, a mio avviso, sembra mettere profondamente in crisi questo “Noi” tanto evocativo e protettivo delle nostre vite e dei nostri destini. Di seguito trovate l’intervista e i video dell’incontro.  Credo, che da questa intervista siano uscite delle indicazioni interessanti, è venuto fuori anche un preciso messaggio rivolto al futuro leader del Pd. Agire per spingere verso una riforma del welfare state che ridia certezza e futuro ai giovani perché altrimenti il “nuovo” partito che nascerà dopo le primarie, sarà già morto ancora prima di muovere i primi passi. 
Marco Patruno - A pag 311 del suo libro, lei scrive: “La vita e le relazioni tra le persone si consumavano, non si progettava vano, ne si costruivano. Insomma, secondo lei i rapporti interpersonali del nostro futuro saranno seguiranno la moda del “gratta e vinci”?
Walter Veltroni - : “Si, quando il libro è uscito in quei giorni è morto Mike Bongiorno. Facevo questa considerazione. L’Italia si fermava letteralmente quando c’era Lascia o Raddoppia? Nei cinema c’erano le proiezioni. Lascia o raddoppia? Era un programma nel quale chi vinceva dei milioni doveva sapere delle cose. Marianini era un intellettuale raffinatissimo, lo spettatore che vedeva quei programmi aveva la sensazione di trovarsi di fronte a qualcuno che aveva faticato per guadagnarsi quei milioni. Prova a immaginare il corrispettivo dei programmi dei quiz di Mike Bongiorno oggi. Il Grande Fratello per esempio, qual è il messaggio che arriva. Non devi saper far nulla, però devi essere furbo. Devi gestire i tuoi rapporti di amicizia, persino di amore, perfino di altro tipo con furbizia, sono utili o no? Questa piccola differenza è esattamente la chiave di spiegazione alla tua prima domanda.
Marco Patruno – Un fenomeno, una patologia, io la chiamerei follia del precariato può favorire il dissolvimento del senso di collettività di una comunità? Lei prima ha detto: l’Italia che aveva fiducia nel futuro. Io oggi personalmente non vedo ne questa fiducia, ne questo futuro.
Walter Veltroni – Quando io ero ragazzo, avevo otto anni nel 63’, non vedevo l’ora che arrivasse il futuro, avevo fretta di futuro. Adesso i ragazzi hanno paura del futuro. Guarda che questo è un cambiamento filosofico gigantesco. C’è una famosa scritta nella metropolitana di Milano: non c’è più il futuro di una volta. E de è esattamente vero, cioè il futuro è diventato un buco nero in fondo al tram. Cioè una cosa che mette inquietudini, mette paura perché tu studi non sai dopo cosa succederà, sai che può darsi che per 10 anni non avrai un posto di lavoro, sai che quel posto di lavoro che hai trovato lo puoi perdere domani mattina. Nelle generazioni precedenti, quando il figlio tornava a casa e diceva ai genitori: ho trovato il posto di lavoro! La vita cambiava … era il momento che cambiava la vita di una famiglia. E per questo che secondo me bisognerebbe cambiare il welfare state. I giovani devono avere qualche sicurezza in più. Tu non puoi fare scattare la pensione a 40 anni perché vivi in una condizione di ansia, affanno, però è chiaro che oggi l’insicurezza è in primo luogo una insicurezza sociale e risiede, in primo luogo, tra coloro i quali sono più dispersi, più frammentati che sono i giovani.
Marco Patruno – Quindi oggi l’unica certezza e l’incertezza?
Walter Veltroni – Più o meno si, però vedi si può convivere con l’incertezza dando un sistema di certezze. Io so benissimo che non ci sarà più il mercato del lavoro com’era prima. Però mi devo porre il problema come quei valori di giustizia sociale, di opportunità vanno messi in un organizzazione del mercato del lavoro nuova. Tu puoi essere precario, ma se perdi il lavoro, bisogna che qualcuno ti prenda e ti accompagni verso un nuovo lavoro…
Walter veltroni tris immagini 

 
 

13 agosto 2010

INTERVISTA AD ELISABETTA: GIOVANE FOTOGRAFA DI BERLINO di Marco Patruno

Intervista ad Elisabetta è stata pubblicata su http://generazionep@libero.it il giorno il 25 settembre 2009 per proposte di collaborazioni contatti marco generazionep@libero.it

Questa settimana ho avuto il piacere di intervistare Elisabetta, giovane fotografa che vive a Berlino. Elisabetta, attualmente si sta occupando di un progetto fotografico dal titolo Structurally recyclable, basically disposableche vuole essere uno sguardo attento e critico verso il mondo degli stage e i suoi protagonisti invisibili. Questa mia intervista è un viaggio all’origine dell’idea del progetto e l’obiettivo che intende prefiggersi, e non mancano spunti di riflessioni della sua autrice. Prima di lasciarvi, qui di seguito trovate i suoi contatti. Elisabetta Lombardo Photography http://www.elisabettalombardo.com      
contact@elisabettalombardo.com
 
 1) Ciao Elisabetta, ti stai occupando di un progetto artistico che ha come protagonisti gli stagisti, mi racconti il tuo lavoro?
 
Da qualche mese sto lavorando ad un progetto fotografico, il cui risultato sarà una serie di ritratti di stagisti provenienti da diversi paesi europei, tra cui Italia, Germania, Svizzera, Francia e Gran Bretagna. Si tratta quindi di trovare i soggetti e di raggiungerli per fotografarli. Cerco stagisti ma anche persone che lo sono state da poco. Il fatto di avere una visione critica del proprio stage non significa però che lo stage in sé sia stato orribile. 
 
 2) Come mai hai deciso di dedicare un progetto che riguarda il mondo degli stage? Insomma la genesi della tua idea?
 
Il progetto nasce essenzialmente da esperienze e riflessioni personali. Sono reduce da ben tre stages non pagati nel campo dell'umanitario realizzati in due paesi diversi, Svizzera e Germania. Quando mi sono trasferita a Berlino, ho cercato lavoro e mi sono vista proporre solo stages. Ho iniziato a riflettere sul motivo per cui, dopo aver accumulato così tanta esperienza pratica, il mio lavoro non avesse comunque valore. Nel mio campo la situazione è atipica, molte organizzazioni lavorano solo grazie a fondi statali o donazioni private. Ma molte grandi organizzazioni che possono permettersi di pagare il loro personale hanno messo in moto una vera e propria struttura per cui ogni 4/6 mesi uno stagista viene rimpiazzato da un altro. È raro venire assunti dopo lo stage e le offerte di lavoro vere e proprie, con stipendio, sono aperte spesso solo a “dirigenti” o persone con esperienze decennali. Ci sarebbe anche da riflettere sul fatto che organizzazioni che combattono per i diritti umani o per ridurre la povertà facciano uso di personale gratuito. Ma questo è un altro dibattito.
Quindi mi sono chiesta: perché continuo ad accettare di lavorare gratis (nel mio caso non ho mai visto neanche l'ombra di un rimborso spese e ho sempre sognato i 300 euro al mese)? E soprattutto, perché lo considero normale?
Ho iniziato a fare ricerche e mi sono trovata circondata da giovani come me, con esperienze professionali in campi totalmente diversi dal mio, ma anche loro all'ennesimo stage.
Poi con il nuovo sistema universitario lo stage è diventato quasi obbligatorio anche per i non laureati, per poter ottenere tutti i crediti necessari alla laurea. Lo stage è quindi diventato uno strumento onnipresente nel panorama lavorativo. Ma a quale prezzo?
Ne consegue una vera e propria “rivoluzione” nel rapporto di lavoro e nel valore che diamo noi stessi al nostro lavoro e alle nostre capacità. È interessante perché gli stage sono uno dei fenomeni che più incoraggiano una specie di uniformità di atteggiamento di fronte al lavoro. Ho osservato e vissuto spesso in prima persona, come si utilizzi questa frase "bisogna essere umili" per giustificare agli altri e a se stessi certe condizioni. Perché chi oserebbe contraddire questo postulato? Nessuno. In fondo porre domande su questo sistema sociale che è diventato lo stage, sembra quasi un peccato di arroganza, come se si volesse dire che appena usciti dall'università fosse un nostro diritto inalienabile avere un contratto a tempo indeterminato pagato oro. Non è assolutamente questo che si vuole dire criticando gli stage. Ma questa forma di semplificazione, questo vedere il mondo in bianco o nero rende un lavoro critico molto difficile. Non ho niente in contrario rispetto alla gavetta, ma la gavetta non significa annullare completamente ogni diritto del lavoratore, non significa lavorare gratis.
Da qui nasce il mio progetto. Dalla necessità e la volontà di esplorare come lo stage ha cambiato il nostro atteggiamento di fronte al lavoro. In quanto stagisti siamo necessari ma in quanto persone singole siamo facilmente sostituibili. Spesso ci si ferma solo alle esperienze personali, tralasciando la struttura che si è creata intorno al sistema stage. Il mio progetto combina le due cose: i soggetti potranno raccontare la loro esperienza personale nella didascalia che accompagna la loro foto, ma la struttura del progetto ha molto a che fare con il sistema stesso che circonda gli stagisti.
 
3) Abiti a Berlino, fai parte dei molti giovani italiani che sono immigrati verso un altro paese. Il motivo della tua scelta?
 
Sono emigrata già dopo la fine delle scuole superiori, per studiare all'università Ginevra. Gli spostamenti successivi sono il risultato di scelte e necessità personali.
Ciò che mi ha spinta a lasciare l'Italia è stato un insieme di fattori. Dal punto di vista pratico, gli studi che volevo fare mi hanno spinta verso Ginevra. Personalmente poi non ho mai visto molte prospettive in Italia. Volevo fare esperienze diverse, uscire dall'ambiente ristretto dove molte, troppe cose sono impossibili da realizzare per mancanza di conoscenze giuste o perché nel nostro paese molte iniziative affogano prima di vedere la luce.
 
4) Tu che hai probabilmente acquisito uno sguardo per cosi dire internazionale, da fuori come vedi gli stage che vengono applicati in Italia? Eventuali somiglianze e differenze rispetto agli stage ad esempio applicati in Germania o negli altri paesi che tu noti o percepisci?
 
Molto dipende dalla legislazione in vigore e dalle condizioni del mercato del lavoro.
I problemi nascono da due fattori: dall'assenza di regolamentazione e da pratiche che circonvengono le leggi, quando queste esistono.
Bisogna dire prima di tutto che lo stage è presente in molti paesi europei.
In Germania e in Austria, ad esempio, si differenzia tra gli stage conseguiti durante l'università (per ottenere i crediti formativi, quindi obbligatori) e quelli eseguiti dopo la laurea, non obbligatori. A seconda del tipo di relazione esistente (formativa o vero e proprio contratto di lavoro), seguono conseguenze diverse per quanto riguarda il compenso. Tuttavia lo stage si trova in un'area grigia tra la formazione ed un lavoro vero e proprio e non ci sono leggi che definiscono un limite temporale durante il quale si può domandare ad uno stagista di lavorare gratis.
Per quanto riguarda la Francia, lo stage in collaborazione con l'università ha dato vita ad un vero e proprio mercato. Anche se è possibile fare uno stage liberamente anche dopo la laurea, molte aziende preferiscono diminuire i rischi e prendere stagisti che vengono con una “convenzione di stage” con la loro facoltà. Purtroppo, negli anni si è osservato che sempre più laureati rimasti senza lavoro, si iscrivono in modo fittizio ad altre facoltà solo per ottenere la famosa “convenzione di stage” ed evitare il tanto temuto “buco” nel CV. Recentemente, si sta discutendo la redazione di un decreto legge per mettere fine a questa pratica, così come un decreto per limitare a due mesi gli stage senza remunerazione (attualmente il limite è a tre mesi – indi la moltiplicazione di stage a due mesi e mezzo o poco più per raggirare la legge, seguiti da un ricambio di stagisti).
 
5) Ti piacerebbe poter “esportare” il tuo progetto in Italia? O cosa ti piacerebbe realizzare in Italia?
 
Verrò in Italia con il progetto, prima di tutto per fotografare gli stagisti italiani. Quando il progetto sarà terminato, mi piacerebbe poi realizzare una mostra anche in Italia. Vorrei davvero che si dibattesse del tema degli stage in Italia, ma con un punto di vista critico, senza fermarsi agli stereotipi con i quali i giovani vengono ritratti molto spesso.
 

CutA

 



 


13 agosto 2010

INTERVISTA A ELENA DEPAOLI: AUTRICE DEL LIBRO “COME POSSO FARCELA” di Marco Patruno

 

 
Copertina del libro più foto come posso farcela  
 
Intervista a Elena DePaoli pubblicata su http://generazionep.blog.lastampa.it il giorno 29 marzo 2010. Per proposte di collaborazioni contatti marco generazionep@libero.it
Elena DePaoli è una giovane esordiente, autrice del libro “Come posso farcela” edito dalla casa editrice “Neftasia.” Il libro racconta le vicissitudini di una giovane precaria alle prese di un mercato del lavoro sempre più flessibile, ma anche pieno di insidie. Elena DePaoli ha collaborato con diverse riviste come “Ragazza Moderna” , “Cioè” ed una delle autrice del sito Dols.net. Frequenta l’ultimo anno di Lettere Moderne presso L’Università di Pavia.
 La ricerca odierna di un posto di lavoro anche a termine è una corsa ad ostacoli. Nel tuo libro “Come posso farcela” affronti il tema del precariato femminile. Alla protagonista gli succede un incidente. Potresti raccontarcelo?
Melissa, la protagonista, è una tipica donna del nostro secolo. Le è stato insegnato a cercare la propria indipendenza, e lei ci ha messo tutto il suo impegno, ma le aziende non assumono più perché per loro è conveniente offrire uno stage o un contratto a tempo determinato sottopagato,e la concorrenza anche per quei posti miserabili è enorme. Quando la storia inizia, è una precaria ‘professionista’ da ben sette anni, quindi è, come si suol dire, esasperata dalla situazione. Dopo un ultimo colloquio particolarmente umiliante, le viene fatta un’offerta che sembra un sogno, e, presa dalla disperazione, la accetta senza neppure preoccuparsi di una possibile fregatura. Questa è una cosa che può capitare a molti precari, secondo me. Il continuo rifiuto provoca un’escalation di bisogni che alla fine fa perdere ogni prudenza. E si rischia di trovarsi incastrati come Melissa in un lavoro frustrante, privo di dignità, e da cui non ci si può sganciare.
Esiste una cultura maschilista con cui la ragazza deve fare i conti quando si affaccia sul mercato del lavoro?
Si. Nel romanzo ho volutamente esagerato la cosa per trarne un andamento comico, ma gli stessi altri personaggi ammettono chiaramente di possedere una mentalità maschilista. Non tanto sulle capacità di una donna nel lavoro, ma nel fatto che la loro presenza sia limitativa per la loro libertà. All’inizio, specialmente per la paura di perdere il lavoro tanto agognato, lei si limita ad ubbidire con un sorriso, ma presto comincerà a non tollerare più certi comportamenti.
Meglio inseguire i propri sogni e aspirazioni professionali, ma instabili economicamente o adattarsi a fare qualsiasi cosa, ma stabili economicamente. Cosa sceglierebbe la protagonista del tuo romanzo e l’autrice?
La protagonista non ha una vera e propria aspirazione professionale, quindi per lei non conta tanto il tipo di lavoro quanto la sua stabilità. Ha dimostrato di poter tollerare certi atteggiamenti fino ad un certo punto, ma non quando si oltrepassava quella che per lei era la sua opinione della morale. Lo stesso vale per me. Con la differenza che io ho un settore lavorativo al quale aspiro ardentemente e in cui cercherò di realizzarmi, ma sono realista. Se non dovessi trovare un posto in questo settore, dovrei accettarne uno in qualunque altro ambito. Il pensiero che ogni aspirante lavoratore si pone, è che se non lavora il suo mantenimento pesa sulla famiglia o su qualcun altro, quindi è imperativo trovare un’occupazione. Semmai, se mi si presentasse l’occasione di lavorare dove sogno, potrei anche licenziarmi dal posto che occupo. Ma devo essere sicura di non perdere economicamente nello scambio. In definitiva, la stabilità economica vince sul lavoro dei propri sogni perché ti permette di realizzare progetti a lunga scadenza sul piano personale.
Ci sono degli autori o maestri che ti sei ispirata durante la stesura del romanzo?
No, non direi. Ovviamente, ho letto molti altri libri appartenenti allo stesso genere del mio romanzo, ma l’unico contatto che mi viene in mente è con la commedia all’italiana. Ho volutamente esagerato alcuni comportamenti dei personaggi per creare scene grottesche e surreali. Ho sempre amato quella comicità basata sugli stereotipi… la famiglia invadente, l’amica che si impone, le coincidenze…
Hai dei progetti professionali nel cassetto che vorresti realizzare, ma che non hai ancora concretizzato?
Sono all’ultimo anno di Lettere Moderne, quindi sto per iniziare a guardarmi attorno e cercare la mia strada. Che, almeno agli inizi, sarà la strada che la sorte mi offrirà. Pubblicare un libro era sicuramente tra i miei sogni più arditi, che non ho mai confessato prima che la cosa fosse sicura, quindi per scaramanzia preferisco non dire nulla sui propositi futuri.

13 agosto 2010

INTERVISTA AD UNA RICERCATRICE:“ALL’ESTERO E’ IL MIO FUTURO”di Marco Patruno

Intervista ad una ricercatrice pubblicata su http://generazionep.blog.lastampa.it il giorno 1 dicembre 2008. Per proste di collaborazioni contatti marco generazionep@libero.it

Nel mio paese ci sono degli eroi. Eroi che non hanno un nome, un viso nonostante che attraverso il loro lavoro quotidiano incidono profondamente sulle nostre vite e sui nostri destini senza che noi lo sappiamo. Ho avuto in questi giorni la possibilità e l’onore di intervistare uno di questi eroi. Ovviamente non mi riferisco all’intervista di un vincitore di qualche reality show o alla protagonista di un fatto di cronaca rosa, ma ad una ricercatrice. Il suo nome è Alessandra.

 

Quale è il tuo settore di ricerca ? 

 

 

Io lavoro nelle Biotecnologie Farmaceutiche.

 

 

In concreto cosa fai ? E quali potrebbero essere i futuri progressi scientifici e medici nel tuo campo? E i benefici che potrebbero portare alla comunità e agli individui ?

 

 

In particolare il mio gruppo si occupa di sviluppare anticorpi monoclonali ingegnerizzati e immunoconiugati rivolti soprattutto contro antigeni tumorali e a questo scopo ci avvaliamo di tecniche sia di biologia molecolare che cellulare. Lo sviluppo di farmaci antitumorali che vadano specificatamente ad agire sul tumore riducendo quindi gli effetti collaterali su altri tessuti. L’attuale chemioterapia è altamente debilitante per il paziente, che a volte rifiuta la terapia. Fermo restante che i farmaci biotecnologici non sono miracolosi, è secondo me da considerare la qualità della vita
che una terapia con farmaci più specifici potrebbe dare rispetto alla chemioterapia classica. Senza contare, inoltre, che i farmaci biotecnologici hanno targets cellulari diversi rispetto ai classici chemioterapici e questo permetterebbe di bypassare gli innumerevoli problemi dovuti ai meccanismi di resistenza acquisite dalle cellule tumorali.

 

 

Che tipologia di contratto hai?

 

 

Attualmente ho una borsa di studio. E’ un contratto “di formazione” annuale rinnovabile per tre anni. Precedentemente dopo la laurea ho avuto un Co.co.co per 7 mesi. Tre dei miei colleghi hanno un contratto a tempo determinato a progetto. Un'altra collega ha un Co.co.co che ormai viene rinnovato di 3 mesi in 3 mesi a seconda dei risultati che ottiene e dei fondi a disposizione.

 

Come vedi il tuo futuro da ricercatrice in Italia?

 

 

Io credo che dopo la borsa di studio proverò andare all’estero. Questo mi dispiace perché non ritengo giusto che giovani intelligenti, con buone idee ed una preparazione di tutto rispetto siano costretti a lasciare il proprio paese, la propria famiglia e i propri affetti per andare lontano soltanto perché il proprio stato non riesce a dare loro un futuro!

 

 

Cosa pensi del precariato nella ricerca o in generale sul precariato?

 

 

Io penso che queste non siano le giuste condizioni per lavorare. Il ricercatore è cosi continuamente sotto stress in quanto se non riesce ad avere dei risultati rischia di non avere il contratto rinnovato. E poi il precariato lo trovo assurdo! Sono d’accordo che dopo la laurea si debba fare un periodo di formazione, ma quello che accade è veramente troppo! Un giovane per fare qualcosa nella sua vita, formare una famiglia e pensare serenamente e costruttivamente al proprio futuro non può aspettare che la sua giovinezza sia finita! E neanche si può rischiare di formare una famiglia e poi rimanere in mezzo ad una strada.

 

Ringrazio Alessandra per avermi rilasciato questa intervista. Speriamo che le tue risposte possano fare riflettere a qualcuno, soprattutto le istituzioni. Sarebbe un primo piccolo passo, ma importante per dare un futuro ai ricercatori, e un futuro alla ricerca “made in Italy”. 

13 agosto 2010

INTERVISTA A CAROLINA CUTOLO di Marco Patruno

Intervista a Carolina Cutolo pubblicata su http://generazionep.blog.lastampa.it il giorno 9 dicembre 2008. Per proste di collaborazioni contatti marco generazionep@libero.it

Ho il piacere di pubblicare l’intervista che mi ha gentilmente concesso Carolina Cutolo scrittrice – fenomeno letterario 2007 con il libro Pornoromantica pubblicato dalla Fazi Editore. Il libro riprende i primi tre anni di attività di carolina- blogger autrice del sito http://pornoromantica.splinder.com/

http://www.fazieditore.it/scheda_Libro.aspx?l=816#

 

 

L’intervista affronta il tema del precariato giovanile. Le risposte di Carolina Cutolo sono una vera e propria lectiones magistralis sulla attuale condizione dei precari costretti a vivere una esistenza priva di una vera progettualità verso il domani. Dove l’amore anche quello più intenso e autentico deve essere consapevole del proprio cambiamento anche se per Carolina non sussiste alcuna correlazione tra precariato e precarietà dei sentimenti. Dalla intervista emerge tutta la profondità dei pensieri della scrittrice che vanno ben al di là dello stile impeccabile e delle qualità estetiche della sua scrittura. Penso che Carolina Cutolo sia l’incarnazione vivente del successo non venuto per caso.

 

 

 

Che cosa pensi del precariato giovanile ? 

 

 

Il precariato è una condizione pratica ma anche psicologica difficile da spiegare a chi non ci si sia trovato in prima persona. Significa che ci si aspetta da te che rispetti ogni impegno preso ma poi di fatto non vieni ripagato con la stessa moneta, perché contrattualmente l’impegno e il rispetto della tua dignità di lavoratore e di persona da parte del datore di lavoro sono minimi, e questo per legge. Significa che la tua retribuzione, nonostante il breve termine contrattuale, è inferiore a quanto sarebbe giusto, perché il famoso “forfettario” è sempre favorevole al datore di lavoro e mai al lavoratore, mentre in virtù del breve termine il lavoratore dovrebbe essere retribuito proporzionalmente di più, e non di meno. Significa non sapere se tra tre mesi potrai pagare l’affitto.
Significa che non ti puoi permettere nessun tipo di progettualità sul tuo futuro. Significa che, se già il problema della disoccupazione è grave, il precariato lo cronicizza con false soluzioni. Significa che in quanto lavoratore precario compari nelle statistiche nazionali come “occupato” e i politici si riempiono la bocca di ottimismo di facciata, ma la tua condizione è ben diversa, e la situazione lavorativa nazionale ben più tragica di quanto non vogliano farci credere. Significa che le tue bollette scadono in attesa che tu possa pagarle, e a volte capita che ti stacchino la luce, il telefono, e la cifra da pagare aumenta con il riallaccio. Questo per citare solo alcune delle circostanze in cui ci si può trovare grazie a questo amarissimo calice che, come se non vivessimo sulla nostra pelle la frustrazione di cui sopra, viene chiamato ipocritamente “flessibilità”. Il lavoro precario è una spirale di mortificazione della dignità del lavoratore e della persona che ha spazzato via come se niente fosse tutto quello per cui le passate generazioni avevano lottato. Dare dei bamboccioni a questi ragazzi mi sembra un’espressione infelice, un’etichetta superficiale applicata invece a una condizione drammatica e complessa.

 

 

 

 

 

 

Il precariato può distruggere un ragazzo/a potenzialmente talentuosi?

 

 

Per un ragazzo che sta cercando di costruire il suo futuro, lavorativo e non, è già comunque difficile
capire quali sono le proprie abilità e capacità e come farle valere, figuriamoci quindi quando il suo
tentativo viene continuamente avvilito e preso in giro da questI contratti balordi che, se non fossero nati per tutelare sempre e comunque il capitale del datore di lavoro, con la solita scusa che proteggendo l’imprenditoria si protegge l’economia nazionale, sembrerebbero costruiti ad hoc per martoriare l’autostima del lavoratore. E poi in ogni persona c’è un talento, in alcune più di uno, ed è già abbastanza difficile credere in sé stessi in un paese che considera l’artista o il creativo come un perditempo improduttivo, ci mancava solo il precariato ad accentuare questo tipo di frustrazione. Il talento fatica ad esprimersi dove impera il ricatto occupazionale.

 

                                                                                                                                       
Una vita lavorativa precaria può influire sul rapporto di coppia? O meglio non c’è il rischio che anche l’amore diventi precario?

 

 

Questo no. Perché l’amore, persino il più profondo e autentico, è sempre precario e consapevole della propria precarietà. In questo caso la consapevolezza della possibilità onnipresente del cambiamento dei sentimenti, della fine di un rapporto, arricchisce le due persone coinvolte, perché è un invito a vivere l’attimo, il presente e il giorno per giorno come una cosa irripetibile e preziosa, che non va mai data per scontata. Che poi i problemi di precarietà lavorativa, quindi di eventuale scarsa autostima, le difficoltà economiche, la frustrazione sul posto di lavoro possano indebolire una persona e di conseguenza il suo rapporto d’amore questo è evidente, ma è una conseguenza indiretta.

 

 

Quali consigli ti sentiresti da dare ai giovani che affrontano il mercato del lavoro?

 

 

Di sfruttare il tempo libero (visto che oggi lavori e domani chissà, e visto che molti lavori precari sono part time) evitando di piangersi addosso o di dare corda alla depressione, ma coltivando le proprie passioni, il proprio talento, i propri sogni. Per me è andata così, Ho sempre cavalcato il precariato non rinunciando mai alle mie passioni, come per esempio la musica, cantando in un gruppo per alcuni anni e soprattutto non smettendo mai di scrivere. Quando ho aperto il blog Pornoromantica facevo la cameriera in una trattoria, al nero, con una laurea in sociologia sulle spalle, e la mia svolta lavorativa è nata inaspettatamente proprio dal blog, una cosa che ho fatto solo per me stessa e per la gioia di farla. Adesso non sono certo ricca o benestante, faccio ancora dei lavoretti per compensare, ma vengo pagata per scrivere il che per me è stata una vera e propria rivoluzione, un lusso che adesso devo lavorare sodo per non perdere. Quindi a questi ragazzi vorrei dire: non rinunciate mai a investire le vostre energie creando qualcosa di vostro, non smettete mai di crederci, e soprattutto fatelo girare, se c’è qualcosa di buono sono profondamente convinta che qualcosa ne verrà fuori, anche solo per farvi sentire bene con voi stessi a dispetto della condizione lavorativa mortificante nella quale siete costretti per campare.

 

 

Oggi siamo tutti in comunicazione con tutti. Grazie a internet, a facebook, ma non pensi che sia questa una risposta alla nostra incomunicabilità quotidiana o al nostro essere soli ?

 

 

A volte lo è. Ma il problema non è mai nel mezzo che si usa per fuggire la solitudine, la questione è sempre a monte, se non ci fosse internet si inventerebbe qualcos’altro per scappare dalla realtà. Quindi non me la sento di giudicare internet, tanto più che se non fosse per internet io oggi starei ancora in trattoria a spaccarmi la schiena al nero per trenta euro a sera, più qualche euro di mancia, quando la lasciano.

 

Ringrazio Carolina Cutolo per l’intervista concessa a generazione P
Marcopatruno1980@libero.it
Dreams1980@libero.it 

13 agosto 2010

INTERVISTA A SILVIA AVALLONE : AUTRICE DEL LIBRO “ACCIAIO” di marco patruno

Acciaio-1

 

Intervista a Silvia Avallone pubblicata il giorno 6 aprile 2010 su http://generazionep.blog.lastampa.it per proposte di collaborazioni contatti marco generazionep@libero.it

Silvia Avallone è l’autrice del romanzo “Acciaio” edito dalla casa editrice Rizzoli http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/rizzoli/libro/3763_acciaio_avallone.html Silvia Avallone è una scrittrice esordiente, ma il suo primo romanzo viene considerato già un piccolo – grande gioiello
letterario destinato a far parlare di sé nei mesi a seguire. Immergendoci nella lettura dell’intervista ci accorgiamo che Silvia Avallone non è una giovane scrittrice improvvisata, ma una scrittrice matura con una solida formazione letteraria. Leggendo “Acciaio” si aprirà davanti ai nostri occhi un microcosmo dove sentiremo battere il cuore dei suoi personaggi, e respirare anche ciò che può sembrare silenzioso e immobile. Questo è il doppio volto della periferia che ci portiamo sempre dentro anche quando cambiamo vita e viviamo al centro di una metropoli.
 
 
Lei racconta un mondo invisibile. Mi riferisco alla periferia industriale e operaia italiana che nella migliore delle ipotesi finisce nel ciclone della cronaca quando avviene un incidente sul lavoro, proteste dettate dalla disperazione o fenomeni di intolleranza. Come mai ha scelto questa ambientazione per il suo romanzo?
 
La provincia è il luogo in cui sono nata e cresciuta, in cui ho incontrato storie e paesaggi degni di essere raccontati, ed è, credo, l’80% del territorio di questo Paese. I luoghi della fatica, del lavoro e dello svago che si trovano qui, e che non passano nelle riviste patinate o sotto i riflettori delle trasmissioni televisive, sono le realtà con cui occorre fare i conti, da cui partire se si vuole davvero innescare un processo generale di rinnovamento. Trovo nei casermoni popolari, nelle fabbriche (che è inutile far finta che non esistano), più umanità, dignità, potenza e fascino che altrove. La povertà è sempre stata protagonista della letteratura, forse perché esplicita la lotta nuda e cruda con il mondo che è insita in ogni esistenza, ed è clamoroso che oggi la si voglia censurare con i mezzi di comunicazione di massa.


La profonda amicizia che lega Anna e Francesca può essere percepita come una forma di ribellione della loro adolescenza alle scarse prospettive offerte dalla periferia che sembra relegare i sogni di molti giovani in una sorta di eterno presente?
 
Più che di ribellione, io parlerei di salvezza: salvezza laica e concreta. Perché dove la famiglia non costituisce un nido edificante, e dove le possibilità di progresso economico e sociale sono scarse, i rapporti umani – liberi e scelti – rappresentano la strada maestra per diventare adulti, al riparo da deviazioni nichiliste o da un eccessivo cinismo. Credo però che la capacità di sostenere un legame umano e costruttivo, di prendersi cura di un’altra persona al di là dei vincoli di sangue, sia comunque la strada giusta per crescere, indipendentemente da dove si è nati e dallo status sociale di appartenenza.


Mi sembra che le figure femminili del suo romanzo sfuggono dagli stereotipi di donna offerte dai mezzi di comunicazione, e in particolare dalla televisione?
 
La televisione racconta un romanzo patinato ed effimero che io nella realtà concreta non ho mai visto. Gli adolescenti imbellettati o angelicati non li ho mai conosciuti da nessuna parte. L’adolescenza è un’età crudele, la scoperta della sessualità un passaggio pieno di inquietudine. Nella paura che si prova diventando adulti c’è tutto il fascino di questa età, a mio avviso, tutta la sua verità. Poi, Anna e Francesca – come credo tutte le ragazzine della loro età – non vivono in un mondo altro, ma in questo: fanno i conti con i soldi che mancano, con la violenza sociale, con il dramma del lavoro che non c’è, o che uccide, con il fallimento della droga, con il fatto che vivere non è esattamente una passeggiata. Le loro madri, allo stesso modo, contano i soldi per fare la spesa e per pagare l’affitto, spesso si buscano le botte dai mariti e incassano. C’è ancora una larga fetta di popolazione femminile che si sente individualmente e socialmente accettabile solo se ha un uomo accanto.
 
 
Ci sono degli autori della sua formazione letteraria e non che l’hanno influenzata nella stesura del suo romanzo, dal tema fino alla creazione dei suoi personaggi?


Per quanto riguarda il tema dell’adolescenza, ho tenuto ben presenti l’Agostino di Moravia, l’Ernesto di Saba, l’Isola di Arturo di Elsa Morante e poi anche Lolita di Nabokov. Testi dove l’iniziazione alla vita e al corpo sono sviluppati in tutto il loro spessore drammatico, dove l’erotismo passa attraverso i paesaggi: le estati, le alghe, le stoffe dei vestiti. I personaggi di questi autori sono irritabili, spesso irritanti, ingestibili da un punto di vista narrativo. Sono come i figli che a quattordici anni cominciano a rispondere male ai genitori. Costruirsi un’identità è tutt’altro che facile. Poi, per quanto riguarda certi episodi della grande storia, come la caduta delle Torri Gemelle, ho invece attinto alla prosa schietta e asciutta degli americani contemporanei, Don DeLillo su tutti.
 

Che cosa eventualmente ama e non ama della letteratura contemporanea italiana?
 
Non amo l’insistenza ombelicale, la deriva diaristica di parte della narrativa pubblicata. Credo che la letteratura debba impegnarsi a dare un significato alla realtà che condividiamo, più che alle “pugnette” mentali di un soggetto solitario. Perché qualcuno dovrebbe leggerci, se quel che scriviamo non lo riguarda? Detto questo, la letteratura italiana contemporanea straripa di testimonianze feconde, a volte sorprendenti. Penso alla poesia di Milo De Angelis, di Alba Donati, di Antonio Riccardi. Penso alle narrazioni sperimentali di Ugo Cornia e di Daniele Benati. Oppure ai romanzi compiuti di Paolo Giordano, di Antonio Pennacchi. Il periodare sorvegliato e luminoso di Valeria Parrella... C’è da andare fieri della nostra produzione!



 
 

 
 
 


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