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30 maggio 2016

I CENTRI PER L'IMPIEGO A COSA SERVONO?


C'è una domanda che un aspirante lavoratore in cerca di una occupazione di solito si fa. I Centri per l'impiego a cosa servono? Un quesito del tutto legittimo, la qui risposta è fin troppo scontata e ciascuno dei miei lettori conosce già la risposta. L'utilità dei nostri Centri per l'impiego rimane un imperscrutabile mistero come quello delle origini del universo.


La maggior parte delle persone che si iscrivono al Centro per l'Impiego di solito ci vanno ogni tanto per un solo motivo. Richiedere il certificato di disoccupazione. Ciò significa fare delle interminabili file e perdere almeno una mezza giornata per una procedura burocratica che potrebbe essere benissimo smaltita con una semplice connessione internet e un computer.


Passano i governi, passano le riforme, passano gli anni ma i Centri per l'impiego rimangano tali e uguali. Nulla cambia. Si punta piuttosto su una politica di responsabilizzazione e delegittimazioni del aspirante lavoratore. Si dice: “caro disoccupato, noi ti offriamo un corso di formazione oppure un tirocinio e tu lo devi accettare, altrimenti non avrai più alcun diritto compreso quello di ricevere eventuali sussidi.”


Un discorso che, a mio parere, avrebbe delle problematiche di carattere etiche tutt'altro che trascurabili. Non solo il disoccupato è privato di uno dei diritti fondamentali della nostra costituzione, Il diritto al lavoro ma l'aspirante lavoratore viene privato anche della sua capacità decisionale. Cioè della sua capacità di rifiutare un corso di formazione o di uno stage che di solito non portano benefici immediati e raramente sono utili.


Quando il presunto aiuto si trasforma in una forma di ricatto dubito del onesta di tale aiuto. Allora la domanda da farci dovrebbe essere la seguente. Davvero vogliamo aiutare le persone a trovare un occupazione e a ritrovare la loro dignità? oppure miriamo piuttosto a delegittimare la loro esistenza spostando la causa della disoccupazione da un origine di tipo strutturale a una di tipo individuale?


Senza considerare che con un incredibile miopia non guardiamo l'altra faccia della medaglia. Cosa succede a tutti quei Centri per l'impiego che nel corso di un anno solare non propongono uno straccio di impiego o corso di formazione a chi è regolarmente iscritto nei loro archivi? Se responsabilità ci deve essere questa dovrebbe essere reciproca.



24 gennaio 2011

UNA RETRIBUZIONE PER TUTTI GLI STAGISTI, E BASTA PARLARE DI RIMBORSI SPESE E FACILITAZIONI di Marco Patruno

 



Aderisci alla raccolta firme di questo blog http://www.walkonjob.it/articoli/906-in-evidenza-home/253-una-raccolta-di-firme-per-interventi-a-favore-degli-stagisti-iniziativa-del-blog-generazione-p

Uno stage non pagato, è uno stage cattivo ovunque esso si svolga. Torino, Milano, Roma o Madrid. L'eventuale internazionalizzazione di un male non rende i suoi effetti migliori e meno perversi di quelli che sono, tanto meno deve penetrare nelle nostre coscienze l'idea che la gratuità della prestazione possa essere compensata da una buona e adeguata formazione. L' acquisizione di competenze non può e non deve essere l'unico parametro valido per valutare la qualità di uno stage.


In Italia non abbiamo capito che il futuro del mio paese non passerà attraverso il referendum di Mirafiori o le Escort del Cavaliere, ma da questo popolo di invisibili che aumenta di anno in anno sul marcato del lavoro, si chiamano stagisti. La gratuità della loro formazione e del loro lavoro è la distruzione di qualsiasi forma di indipendenza e allo stresso tempo il mantenimento inalterato dei legami con le loro rispettive famiglie di provenienza.


Retribuire gli stagisti, garantire ad ogni stagista una retribuzione che gli consenta di avere un esistenza libera, indipendente, dignitosa e una formazione lontana dalle incertezze è la condizione base per un miglior inquadramento legislativo della materia. La legge perfetta non esiste, ma esiste

la ricerca della perfezione che i nostri animi non possono rinunciare a patto che non siano invischiati e inginocchiati da interessi e convenienze.


Ma non possiamo soffermarci alle briciole, mettere la nostra dignità sotto i nostri piedi e dire: dobbiamo puntare a obiettivi raggiungibili o realistici. E quali sarebbero questi obiettivi raggiungibili? 100, 200 o 300 euro da riconoscere come rimborso spese o facilitazioni? Questi sono limiti mentali e soggettivi che ci imponiamo. Una forma di autoflagellazione delle nostre aspirazioni.


Incostituzionalità della gratuità di ogni prestazione lavorativa-formazione. Superamento dei concetti di rimborso spese e facilitazione, obbligatorietà della retribuzione con il volto di uno stipendio. Queste sono le basi per un vero cambiamento. Un vero cambiamento che toccherebbe migliaia di giovani stagisti e le renderebbe dei soggetti attivi sul mercato del mercato del lavoro, e non dei elemosinanti.


Quindi, non abbiate paura di chiedere troppo perché le vostre pretese non saranno mai sufficientemente abbastanza del futuro che vi hanno tolto fino adesso, ed evitate che il senso di sfiducia vi potrebbe attanagliare sia il terreno ideale dell'indifferenza dei nostri “padri” e delle nostre “madri” e la prigione dei veri motivi dei finti progressisti che vi andranno incontro con la mano amichevole, ma con il desiderio nascosto di abbracciarvi in una stretta mortale.





13 gennaio 2011

FIRMA PER LE PROPOSTE DI GENERAZIONE P : UNA RETRIBUZIONE A TUTTI GLI STAGISTI E PER UN TETTO LEGALE SULLE ASSUNZIONI

  

Il blog Generazione P lancia una proposta. Una raccolta firme per chiedere al Ministro della Gioventù Giorgia Meloni interventi volti a garantire una maggiore tutela dello stagista italiano.

In particolare.


1)l'introduzione a livello legislativo dell'obbligatorietà di una retribuzione da parte delle aziende ospitanti da riconoscere ad ogni stagista affinché possa garantirgli un esistenza libera e dignitosa


2)Stabilire un tetto legale per le assunzioni degli stagisti, ossia se un ‘azienda vuole continuare ad usufruire di stagisti deve averne convertiti almeno il 50%... Infatti, se facciamo riferimento ad una indagine dell'associazione Direttori del personale scopriamo che solo il 20% degli stage si tramutano in un contratto a tempo determinato e solo il 5,5% degli stage si tramutano in un contratto a tempo indeterminato e il rischio di un uso distorto di stagisti aumenta.


Tutti le persone che voglio aderire all'iniziativa devono mandarmi una e-mail di conferma all'indirizzo generazionep@libero.it scrivendo il proprio nome, cognome e la propria città di appartenenza. La lista verrà pubblicata e aggiornata periodicamente sul blog Generazione P.

Eventuali blogger che si occupano di tematiche riguardanti il mondo del lavoro, del precariato che voglio partecipare all'iniziativa possono contattarmi allo stesso indirizzo.


Raggiunto un numero significativo di firme provvederò ad inviare l'elenco con le firme raccolte al Ministro Giorgia Meloni tramite raccomandata con ricevuta di ritorno.




26 dicembre 2010

UNA STAGISTA: NON RICEVO ALCUNA FORMAZIONE E LE ALTRE IMPIEGATE MI TRATTANO MALE di Marco Patruno

  

Ciao a tutti,
Vi scrivo per avere delle informazioni in merito alla conclusione dello stage che sto svolgendo presso un'azienda di Bergamo e al quale ho avuto accesso tramite il portale dell'Università.
Ho iniziato lo stage all'inizio di Ottobre nel ruolo di impiegata commerciale estero e mentre all'inizio la responsabile sembrava seriamente intenzionata ad inserirmi pienamente nel ruolo ora mi rendo conto che in realtà vengo sfruttata come tappa buchi (passatemi il termine) e per alleggerire il carico di lavoro delle altre impiegate. Sottolineo quindi che non mi trovo bene ne a livello lavorativo ne a livello umano, ricevendo spesso risposte maleducate dalle altre impiegate oppure venendo del tutto ignorata e notando la poca formazione ricevuta in questi tre mesi (che ho passato per lo più a scaldare la sedia). La durata dello stage è di 6 mesi (dovrebbe concludersi il 5 Aprile) ma vista la situazione unita alla valutazione di altre proposte di lavoro più interessanti vorrei interrompere. Qualcuno che si è trovato in una situazione simile sa se è necessario
compilare qualche modulo particolare per interrompere? L'università può opporsi o esprimere un giudizio negativo su di me? Per me già il pensiero di interrompere a metà qualcosa che ho iniziato è un fallimento personale..Ma non posso nemmeno andare avanti così..La situazione è insostenibile.. Ringrazio tutti quelli che sapranno darmi informazioni o consigli utili...



Questa è la lettera di una ragazza indirizzata all'Università degli studi di Bergamo – facoltà di lettere e letterature straniere. La ragazza critica la mancanza di un progetto formativo e sottolinea il fatto di essere ignorata e ricevere risposte poco cortesi da parte delle altre impiegate, alcuni dei motivi che l'hanno portata a chiedere la sospensione dello stage. Interruzione dello stage che la stagista vive come un fallimento sul piano personale.


Un caso isolato tra i migliaia di giovani che vengono impiegati come stagisti dalle aziende italiane durante l'anno? Crederlo può tranquillizzare le nostre coscienze ed è comodo per chi ha interessi a mantenere inalterato l'attuale stato di caso. Vero, molti giovani rimangono in silenzio, non si ribellano e svolgono un lavoro spesso non retribuito mascherato da formazione.


La ragazza con buona probabilità otterrà l'interruzione del suo stage e le auguro di trovare un lavoro retribuito che le consenta di avere un esistenza libera e autonoma e  soprattutto possa aprire a lei le porte del suo futuro, ma che cosa farà l'ufficio job placement dell'università di fronte a questa segnalazione?

Nulla, ripubblicherà l'annuncio dell'azienda e proporrà lo stage a qualche altro studente dopo alcuni giorni o mesi.


Questa è la verità che ci piace o no. La verità non è un marchio da promuovere e vendere, quindi non deve essere per forza bella, accogliente e gradita. Lo stagista versa in una situazione di totale impotenza, la sua parola o protesta non vale nulla agli occhi di chi lo ospiterà. Anzi, il rischio è che egli riceva delle ritorsioni da parte dei capi e dei suoi “colleghi”. Si, proprio così, lo stagista rischia di essere discriminato non solo da parte di chi sta più in alto rispetto a lui, ma anche da parte dei suoi “pari”. La differenza sta che loro hanno un contratto e sono dei dipendenti, lui non ha nessun contratto ed è un ospite che deve essere cortese con tutti e avere il sorriso automatico anche quando lo maltrattano.







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