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19 marzo 2018

GIOVANI E LAVORO : ANDARE AL ESTERO GARANTISCE SEMPRE UNA VITA MIGLIORE?


Per tanti anni la carta stampata ci ha raccontato storie e testimonianze di giovani che sono emigrati al estero in cerca di fortuna, e di fatto hanno trovato una specie di eldorado? C'è chi è diventato un imprenditore di successo, chi una ricercatrice di fama internazionale, chi un famoso artista. Mi sono domandato, in questi giorni: ma sarà poi cosi vero?

La realtà dei nostri connazionali al estero viene troppo spesso colorata di rosa dai nostri mezzi di comunicazione di massa e ciò ci porta a percepire una visione estremante dualistica della realtà. Italia paese dei mille vizi, problemi e gli altri paesi lo specchio fedele del paradiso in terra dove i giovani italiani baciano il successo. La realtà credo sia più sfumata e complessa.

Credo che al estero ci siano migliaia e migliaia di italiani che vivono con uno stipendio da fame. Fanno fatica a vivere, sono super – precari e devono ingegnarsi in mille modi per avere un lavoro e combattere mille pregiudizi del luogo dove si sono trasferiti. Ma perché allora parliamo sempre di successi, di cambiamenti epocali? Sui giornali.

La risposta è molto semplice, e ve la giro con una domanda. Vi sentite più attratti da una persona positiva, solare e di successo ? Oppure da una persona, negativa, depressa, malinconica e fallita? La risposta è piuttosto scontata. Ci sentiamo tratta da una persona positiva, che ci rilassa e allontana in noi stress e tensioni. E da momento che giornali e libri sono fatti anche per vendere debbono quindi attirare il loro pubblico di lettori.


L'esempio riportato da Daniel Goleman del autista metropolitano nel suo famosissimo libro Intelligenza emotiva: che cos'è e perché può renderci felici si adatta a perfezione a tale spiegazione sul attrazione che l'entusiasmo, la positività hanno e come siano estremamente contagiose (pagina 10) Tuttavia sono contrario al idea di allontanare il fallimento, l'insuccesso dalla società e dalle nostre vite. Credo che sia un errore madornale.

Una società che censura il fallimento è più fragile. Un individuo che cancella le sue sconfitte è destinato a soffrire e sopperire al primo traguardo non raggiunto. Un corpo che non si ammala mai non è un corpo forte, ma un corpo che sarà impreparato ad affrontare la prima vera battaglia per raggiungere il proprio stato di salute.

La vostra vita al estero non è cosi rosea? Raccontatela a generazionep@libero.it




25 luglio 2011

CLUB DEI CREATIVI: UN NETWORK PER I CREATIVI ITALIANI ALL'ESTERO di Marco Patruno

 




Il sito si chiama “club dei creativi” e lo trovate a questo indirizzo
www.clubdeicreativi.it. Di che cosa si tratta? Si tratta di un network rivolto ai creativi italiani che hanno trovato all'estero opportunità di carriera e crescita che probabilmente in Italia non avrebbero mai avuto. All'estero hanno realizzato le loro aspirazioni professionali e sogni. Questo network vuole essere un luogo di incontro tra idee innovative dei creativi e interlocutori interessati al loro sviluppo.


Il Club dei creativi si tratta anche di una community che “raccoglie storie di creatività” e dove possiamo trovare esperienze a tale riguardo. Il sito è costituito da diverse sezioni. Per esempio nella sezione “profili creativi” troviamo profili di soggetti che operano in vari settori letteratura fotografia, spettacolo, design con le loro foto e una breve presentazione di loro oppure troviamo la sezione “proponi la tua idea” dove è possibile presentare i propri progetti e porli all'attenzione della propria community e non solo.


La fuga dei cervelli è un problema per il nostro paese soprattutto se questa questione la leghiamo al c.d. “brain exchange – lo scambio di cervelli” che sarebbe lo scambio di risorse intellettuali tra paesi. Attenzione! Ho detto “scambio”, cioè abbiamo delle persone qualificate e istruite che emigrano dal paese A al paese B, ma anche persone qualificate e istruite che emigrano dal paese B al paese A. Quindi, ciò che diventa patologico non è di per sé la mobilità di una risorsa, ma lo squilibro di questo spostamento. In altre parole, nel nostro paese escono tanti cervelli, ma ne entrano molti pochi.


Il tema lo potete approfondire nel libro di Irene Tinagli “Talento da svendere” pubblicato qualche tempo fa dalla casa editrice “Einaudi”. Un altro libro che mi permetto di consigliare è quello di Claudia Cucchiarato “Vivo altrove” dove trovate la recensione e l'intervista che mi ha gentilmente concesso l'autrice su questo stesso blog. Questo libro però va oltre la questione della “Fuga dei cervelli” occupandosi dell'emigrazione dei giovani italiani all'estero e non solo di risorse qualificate e istruite.

http://generazionep.ilcannocchiale.it/2011/06/30/vivo_altrove_di_claudia_cucchi.html http://generazionep.ilcannocchiale.it/2011/06/30/intervista_a_claudia_cucchiara.html



Quindi se c'è qualche creativo all'estero che mi legge sappia che esiste questo sito. “Club dei creativi” www.clubdeicreativi.it dove appunto è possibile incontrare professionisti che condividono le vostre passioni e chissà che un giorno non sia possibile realizzare dei progetti insieme. Come si dice: “l'unione fa la forza.”



30 giugno 2011

INTERVISTA A CLAUDIA CUCCHIARATO: AUTRICE DEL LIBRO “VIVO ALTROVE” di Marco Patruno

 

Claudia Cucchiarato, autrice del libro “Vivo Altrove – giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi”, mi ha concesso gentilmente una intervista. Collaboratrice per “L'unità” e “La Repubblica” e del quotidiano spagnolo “La Vanguardia”, è tra i maggiori esperti sulle nuove emigrazioni dei giovani italiani all'estero. Claudia Cucchiarato, attraverso il suo libro e un sito, ha raccolto numerose testimonianze di questa generazione di neo-migranti.



Con il suo libro “Vivo altrove” ha raccolto le testimonianze di ragazzi che hanno deciso di lasciare l'Italia. Questi ragazzi vorrebbero ritornare a vivere e lavorare in Italia oppure l'estero è una scelta definiva?



Non si tratta di una scelta definitiva, ma la maggior parte non saprebbe dire se tornerà e a quali condizioni. Diciamo che siamo una generazione abbastanza liquida, senza radici, non nel senso che non sentiamo le nostre radici italiane, ma nel senso che tendiamo a non mettere radici in nessuno dei posti in cui ci trasferiamo. Per questo motivo, la maggior parte delle persone che ho intervistato per il libro, che si raccontano nel sito www.vivoaltrove.it o che hanno pubblicato la loro testimonianza nel sondaggio che ho lanciato a ottobre nel sito di Repubblica, ha vissuto in almeno tre o quattro città diverse all'estero. Nutriamo tutti la speranza di poter scegliere di tornare in Italia, proprio come abbiamo avuto la possibilità di scegliere di andarcene. E purtroppo, almeno per ora, questa non è una speranza concreta: l'estero è una scelta molto più allettante di quanto lo sia l'Italia in questo momento, da tutti i punti di vista, politico, economico-lavorativo, culturale, sociale...



Diversi studi stanno evidenziando che in Italia esisterebbe una “fascia” di giovani laureati poco propensi alla mobilità, che non si sposterebbe oltre la propria provincia di residenza. Secondo lei quali potrebbero essere i motivi?



Io non ho registrato questa tendenza. È vero che tendiamo ad essere pigri e che i famosi “bamboccioni” sono molto più numerosi in Italia che altrove (ci sarebbe comunque da dire che moltissimi dei giovani italiani da tempo domiciliati all'estero risultano ancora residenti a casa di mamma e papà, perché tendono a non iscriversi all'Anagrafe degli Italiani all'Estero, quindi i “bamboccioni” sono molto meno numerosi di quel che si pensa). Ma ci sono decine di migliaia di giovani che ogni anno si spostano all'interno dell'Italia e anche fuori da essa. Secondo i dati dell'Ocse, gli italiani sono in proporzione tra i più propensi ad abbandonare il proprio paese, il problema è che pochi giovani provenienti da altri paesi “sviluppati” hanno voglia di venire a vivere in Italia e si crea un deficit. Siamo tra i paesi dell'Ocse con il saldo più negativo tra “cervelli” in entrata e “cervelli” in uscita.



Mi può indicare tre “mali” che colpiscono il nostro paese e costituiscono ragioni valide per andarsene all'estero?



Tra i più citati dalle persone che ho intervistato: la gerontocrazia imperante (in politica, nelle aziende, nelle università...) e la scarsa meritocrazia (l'Italia è il paese d'Europa in cui la minor percentuale di posti di lavoro si trova in modo trasparente: annunci o selezioni); una mentalità molto rivolta verso l'interno e uno scarso interesse nei confronti del diverso (che spesso diventa vera e propria paura); last but not least, la corruzione assurta a modus vivendi di chiunque e l'incapacità del nostro paese di pensare al futuro e di fare investimenti sulla ricerca, la cultura, il sapere e la formazione.



C'è qualche progetto professionale che lei vorrebbe realizzare in Italia?



Moltissimi, come dicevo all'inizio, mi piacerebbe poter scegliere di tornare proprio come ho scelto di andarmene, ora c'è addirittura una legge che promuove il ritorno attraverso sgravi fiscali (Controesodo). Ma non mi ci vedo ancora a vivere in Italia (a guardare la televisione italiana credo che non mi ci abituerò mai più...) e a trovare un terreno fertile per i miei progetti. Un solo esempio: da qualche mese sto cercando di produrre un documentario sul mio libro, ovviamente ho bussato alla porta di molte case di produzione e istituzioni italiane, ma non ho cavato un ragno dal buco. A Barcellona, alla prima casa di produzione a cui mi sono rivolta il progetto è sembrato subito interessante e mi hanno dato carta bianca, nonostante la crisi economica, secondo tutti i mezzi di comunicazione, sia molto più profonda in Spagna che in Italia...





24 giugno 2011

PIER LUIGI CELLI: “ OGNI CERVELLO CHE PERDIAMO BUTTIAMO VIA DALLA FINESTRA 500 MILA EURO” di Marco Patruno

  

Riporto qui di seguito alcuni passi dell'intervista di Elisa Manacorda al direttore generale dell'università Luiss, Pier Luigi Celli, apparsa sul settimanale “ L'Espresso”. Si parla di giovani, università e sulla importanza per un laureando di fare un esperienza all'estero. Pier Luigi Celli mette in guardia i giovani, ma anche l'istituzione universitaria e le aziende da una serie di pericoli da evitare.


Giornalista: Direttore, ci risiamo. Due anni fa pubblicava una lettera aperta a suo figlio, suggerendogli di emigrare dopo gli studi. Oggi a questo brillante studente consiglierebbe la stessa cosa?


Pier Luigi Celli: “ …un intera generazione rischia ancora di non accedere al mercato, o di arrivarci male. Strumenti di accompagnamento ancora non se ne vedono. Insomma, resta molto da fare, visto che per ogni cervello perduto buttiamo dalla finestra 500 mila euro....”


Giornalista. Andare all'estero, allora: ma per restarci o per tornare?


Pier Luigi Celli: “Un periodo all'estero fa sempre bene. Io consiglio di partire una volta finiti gli esami, nei sei mesi che servono a rivere la tesi. Se si è scelta la laurea triennale si può partire per fare un Master. Ma se si è orientati alla specialistica, meglio fare un Erasmus durante il corso di studi, prendendo già contatti con una realtà conessa ai nostri interessi e alla nostra formazione (un'università o azienda), e poi tornarci per preparare la discussione finale...[ma il punto] è che il soggiorno all'estero va governato.”


Giornalista: E chi dovrebbe governarlo?


Pier Luigi Celli : “L'Università da cui si proviene. Oggi molti studenti vanno all'estero, ma a volte il soggiorno si trasforma in una vacanza. Per evitare questo spreco, l'ateneo dovrebbe attrezzarsi a seguirli a distanza, non abbandonarli al loro destino...E invece la solitudine è la condizione frequente di chi parte. Il problema è che l'accademia italiana, per struttura e per cultura, non è predisposta alla cura degli studenti. Il risultato è che ragazzi bravi, ma che non hanno alle spalle una famiglia solida, anche da un punto di vista economico, rischiano di perdersi.”


Giornalista: Quindi vale ancora la pena studiare, qui o altrove?


Pier Luigi Celli: “...non ha senso accumulare titoli qualunque, mentre è importante cominciare a lavorare presto: solo l'occupazione ci fa capire quali sono le nostre lacune e i punti deboli sui quali dobbiamo intervenire tornando sui banchi. Un azienda lungimirante dovrebbe fare proprio questo: promuovere la formazione continua dei suoi impiegati, occuparsi degli uomini e non solo del business. Purtroppo di aziende così lungimiranti non ce ne sono poi tante”


Giornalista - Quindi le aziende italiane non possono sentirsi assolte e danzare sugli allori. La formazione e la specializzazione dei giovani non può essere un compito esclusivo delegato al sistema universitario. Ma Pier Luigi Celli ci mette in guarda che la formazione non deve essere fine a stessa, per il puro piacere di accumulare titoli su un curriculum o come forma sostitutiva del lavoro che non si trova. Lavoro e formazione devono andare di pari passo affinché la teoria possa intrecciarsi con la conoscenza e la competenza specifica e pratica del lavoro.




Pier Luigi Celli - Ogni cervello che fugge all'estero “buttiamo via 500 euro dalla finestra.” Ma chissà quanti soldi abbiamo buttato via senza accorgerne perché un giovane di modeste condizioni famigliari non ha potuto sviluppare quelle competenze e talento che con adeguati strumenti di accompagnamento avrebbero consentito.


Che cosa aspetti!? Partecipa all'iniziativa “GENERAZIONE TALENTO” lanciata dal blog GENERAZIONE P

http://generazionep.ilcannocchiale.it/post/2658601.html 




13 agosto 2010

INTERVISTA AD UNA RICERCATRICE:“ALL’ESTERO E’ IL MIO FUTURO”di Marco Patruno

Intervista ad una ricercatrice pubblicata su http://generazionep.blog.lastampa.it il giorno 1 dicembre 2008. Per proste di collaborazioni contatti marco generazionep@libero.it

Nel mio paese ci sono degli eroi. Eroi che non hanno un nome, un viso nonostante che attraverso il loro lavoro quotidiano incidono profondamente sulle nostre vite e sui nostri destini senza che noi lo sappiamo. Ho avuto in questi giorni la possibilità e l’onore di intervistare uno di questi eroi. Ovviamente non mi riferisco all’intervista di un vincitore di qualche reality show o alla protagonista di un fatto di cronaca rosa, ma ad una ricercatrice. Il suo nome è Alessandra.

 

Quale è il tuo settore di ricerca ? 

 

 

Io lavoro nelle Biotecnologie Farmaceutiche.

 

 

In concreto cosa fai ? E quali potrebbero essere i futuri progressi scientifici e medici nel tuo campo? E i benefici che potrebbero portare alla comunità e agli individui ?

 

 

In particolare il mio gruppo si occupa di sviluppare anticorpi monoclonali ingegnerizzati e immunoconiugati rivolti soprattutto contro antigeni tumorali e a questo scopo ci avvaliamo di tecniche sia di biologia molecolare che cellulare. Lo sviluppo di farmaci antitumorali che vadano specificatamente ad agire sul tumore riducendo quindi gli effetti collaterali su altri tessuti. L’attuale chemioterapia è altamente debilitante per il paziente, che a volte rifiuta la terapia. Fermo restante che i farmaci biotecnologici non sono miracolosi, è secondo me da considerare la qualità della vita
che una terapia con farmaci più specifici potrebbe dare rispetto alla chemioterapia classica. Senza contare, inoltre, che i farmaci biotecnologici hanno targets cellulari diversi rispetto ai classici chemioterapici e questo permetterebbe di bypassare gli innumerevoli problemi dovuti ai meccanismi di resistenza acquisite dalle cellule tumorali.

 

 

Che tipologia di contratto hai?

 

 

Attualmente ho una borsa di studio. E’ un contratto “di formazione” annuale rinnovabile per tre anni. Precedentemente dopo la laurea ho avuto un Co.co.co per 7 mesi. Tre dei miei colleghi hanno un contratto a tempo determinato a progetto. Un'altra collega ha un Co.co.co che ormai viene rinnovato di 3 mesi in 3 mesi a seconda dei risultati che ottiene e dei fondi a disposizione.

 

Come vedi il tuo futuro da ricercatrice in Italia?

 

 

Io credo che dopo la borsa di studio proverò andare all’estero. Questo mi dispiace perché non ritengo giusto che giovani intelligenti, con buone idee ed una preparazione di tutto rispetto siano costretti a lasciare il proprio paese, la propria famiglia e i propri affetti per andare lontano soltanto perché il proprio stato non riesce a dare loro un futuro!

 

 

Cosa pensi del precariato nella ricerca o in generale sul precariato?

 

 

Io penso che queste non siano le giuste condizioni per lavorare. Il ricercatore è cosi continuamente sotto stress in quanto se non riesce ad avere dei risultati rischia di non avere il contratto rinnovato. E poi il precariato lo trovo assurdo! Sono d’accordo che dopo la laurea si debba fare un periodo di formazione, ma quello che accade è veramente troppo! Un giovane per fare qualcosa nella sua vita, formare una famiglia e pensare serenamente e costruttivamente al proprio futuro non può aspettare che la sua giovinezza sia finita! E neanche si può rischiare di formare una famiglia e poi rimanere in mezzo ad una strada.

 

Ringrazio Alessandra per avermi rilasciato questa intervista. Speriamo che le tue risposte possano fare riflettere a qualcuno, soprattutto le istituzioni. Sarebbe un primo piccolo passo, ma importante per dare un futuro ai ricercatori, e un futuro alla ricerca “made in Italy”. 

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