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30 aprile 2018

L'IMPORTANZA DEL “FATTORE I” : ADDIO AL CURRICULUM VITAE E LETTERE DI PRESENTAZIONE PER CERCARE LAVORO

Secondo una indagine Istat, nel 2017 quattro giovani su dieci hanno trovato lavoro grazie alle segnalazioni di parenti e amici. Una buona parte di altri facendo richiesta diretta a un datore di lavoro. Solo una piccola percentuale di giovani ha trovato un occupazione tramite i centri per l'impiego e agenzie per il lavoro (precisamente il 6% del campione preso in esame).

Quello che emerge dal analisi è l'importanza di quello che io chiamo “FATTORE I” per trovare un occupazione. Il “FATTORE INTRAPRENDENZA” può far la differenza tra due giovani che possiedono le stesse capacità e intelligenza. I giovani che cercano un occupazione debbano diventare come dei esploratori alla costante ricerca del prossimo. INTRAPRENDENZA – COSTANZA - CURIOSITA'. Sono tre qualità che non ti vengono insegnate in nessuna scuola o istituto di formazione.

Diventa quindi fondamentale non più avere un buon curriculum, ma la capacità di “FARE NETWORKING.” In America stanno rivalutando, per esempio, l'importanza della pausa pranzo. Proprio cosi. La pausa pranzo è uno dei momenti più importanti per coltivare le proprie conoscenze e ampliare la propria rete di relazioni sociali. Un esperto di web, social media come Gianluigi Bonanomi dice: “Non sottovalutate nessun tipo di incontro o conoscenza....usate anche i contesti informali perché potrebbe essere presente qualcuno in grado di cambiare la vostra vita professionale.”

In fondo provate a pensare per un attimo. Quali sono stati i momenti che hanno segnato un punto di svolta importante nella vostra vita? Un nuovo lavoro, una nuova amicizia duratura oppure un amore inaspettato? Scopriremo che sono situazioni del tutto insignificanti e informali. Situazioni che non hanno nulla di straordinario e celebrativo, a volte perfino ridicole.

Quindi, se si sta cercando un nuovo lavoro bisogna evitare di isolarsi davanti ad un computer oppure davanti alla lettura di un giornale di annunci. Camminate, camminate e guardatevi intorno. Dedicate un giorno o più alla settimana per coltivare le vostre relazioni sociali. Ricordatevi che il curriculum vitae è soltanto un pezzo di carta che rappresenta soltanto l'1% di voi stessi nella migliori delle ipotesi. Siate appunto Intraprendenti, cioè comportatevi come degli esploratori.

















19 marzo 2018

GIOVANI E LAVORO : ANDARE AL ESTERO GARANTISCE SEMPRE UNA VITA MIGLIORE?


Per tanti anni la carta stampata ci ha raccontato storie e testimonianze di giovani che sono emigrati al estero in cerca di fortuna, e di fatto hanno trovato una specie di eldorado? C'è chi è diventato un imprenditore di successo, chi una ricercatrice di fama internazionale, chi un famoso artista. Mi sono domandato, in questi giorni: ma sarà poi cosi vero?

La realtà dei nostri connazionali al estero viene troppo spesso colorata di rosa dai nostri mezzi di comunicazione di massa e ciò ci porta a percepire una visione estremante dualistica della realtà. Italia paese dei mille vizi, problemi e gli altri paesi lo specchio fedele del paradiso in terra dove i giovani italiani baciano il successo. La realtà credo sia più sfumata e complessa.

Credo che al estero ci siano migliaia e migliaia di italiani che vivono con uno stipendio da fame. Fanno fatica a vivere, sono super – precari e devono ingegnarsi in mille modi per avere un lavoro e combattere mille pregiudizi del luogo dove si sono trasferiti. Ma perché allora parliamo sempre di successi, di cambiamenti epocali? Sui giornali.

La risposta è molto semplice, e ve la giro con una domanda. Vi sentite più attratti da una persona positiva, solare e di successo ? Oppure da una persona, negativa, depressa, malinconica e fallita? La risposta è piuttosto scontata. Ci sentiamo tratta da una persona positiva, che ci rilassa e allontana in noi stress e tensioni. E da momento che giornali e libri sono fatti anche per vendere debbono quindi attirare il loro pubblico di lettori.


L'esempio riportato da Daniel Goleman del autista metropolitano nel suo famosissimo libro Intelligenza emotiva: che cos'è e perché può renderci felici si adatta a perfezione a tale spiegazione sul attrazione che l'entusiasmo, la positività hanno e come siano estremamente contagiose (pagina 10) Tuttavia sono contrario al idea di allontanare il fallimento, l'insuccesso dalla società e dalle nostre vite. Credo che sia un errore madornale.

Una società che censura il fallimento è più fragile. Un individuo che cancella le sue sconfitte è destinato a soffrire e sopperire al primo traguardo non raggiunto. Un corpo che non si ammala mai non è un corpo forte, ma un corpo che sarà impreparato ad affrontare la prima vera battaglia per raggiungere il proprio stato di salute.

La vostra vita al estero non è cosi rosea? Raccontatela a generazionep@libero.it




19 marzo 2018

CURRICULUM VITAE: “UNO STRUMENTO INUTILE E DANNOSO”


Se potessimo quantificare i danni provocati dal CV scopriremo di trovarci di fronte ad un vero e proprio genocidio di potenziali talenti. Sono sicuro che in tutti questi anni il CV abbia fatto danni incalcolabili, sacrificato vite per la sola presunzione di richiudere la vita e le qualità di un individuo in un pezzo di carta bianco. Il Cv è una invenzione diabolica pari a quella della ghigliottina e della bomba atomica.

Prima di tutto, il CV è alleato della pigrizia e della fretta. Le società debbano fare dei processi di selezione che siano il più possibile veloci e rapidi. Spesso questa selezione è affidata a ragazzine carine che fanno affidamento al proprio infallibile intuito che si concentra su una valutazione parziale del CV frutto di una interpretazione personale e soggettiva. Ho lavorato tanti anni fa in una società interinale come stagista e ricordo una frase che mi disse l'assistente di una filiale durante la pausa pranzo. “I ragazzi che crescono senza un padre sono strani e malati.” Io le feci un sorriso cinico perché non le dissi mai che mio padre era mancato quando ero soltanto un ragazzino. Stando al suo metro di giustizio, io potevo essere un soggetto potenzialmente malato. Certo la vita non è stata facilissima, ma non possono affermare di ritenermi strano. Sono in grado di affrontare un discorso logico e razionale con una selezionatrice e di contenere le mie emozioni senza aggredire nessuno. Comunque, il punto è che se quella assistente di filiale avesse scoperto che un ragazzo con tutte le competenze e qualità in regola per un lavoro avesse perso un padre da piccolo, probabilmente non sarebbe mai stato selezionato perché “inadatto” secondo il suo personale parere. Ho conosciuto ragazzi cresciuti in famiglie ricche e per bene che per noia hanno cominciato a deviare, anche a rubare per gioco.

IL CV è uno specchio molto parziale di una persona. Il Cv è soltanto il grammo di sabbia del complesso universo della personalità di un soggetto. Nel CV mettiamo esperienze e competenze che vogliamo o desideriamo che il selezionatore conosca. Omettiamo i fallimenti e i periodi bui della nostra esistenza. Considerati a ragione inutili e controproducenti ai fini della selezione. Proprio cosi', perché nel età dove la parola flessibilità è diventata una sorta di dittatura delle nostre esistenze, siamo cosi' rigidi che non accettiamo di ammalarci, di fallire, di non raggiungere un risultato. Siamo rigidi con noi stessi e sono rigidi i processi di selezione. Il CV contribuisce a questa rigidità.


Vuoi scrivere una tua opinione? Scrivimi a generazionep@libero.it


12 febbraio 2018

“MI DISSERO DI NON FARE FIGLI PER LAVORARE IN BANCA” - LA TESTIMONIANZA DI ELISA


Oggi mi ritengo una persona fortunata, ho un lavoro che mi piace ma qualche anno fa potevo fare una brillante carriera in banca.” - Mi disse Elisa ( nome di fantasia.) “Scusa perché non hai accettato?” Le chiesi con particolare curiosità. “La banca mi chiese di non fare figli, e io non accettai. Per me la famiglia è tutto. Ti aiuta nel momento del bisogno.” - Spiegò Elisa. “Sta scherzando? La banca ti propose di non fare figli!” - Risposi piuttosto sconvolto da questa sua affermazione. “Esatto! la banca doveva essere la mia vera famiglia.” - affermò Elisa. “Chissà, poi ti avrebbe scaricato senza problemi” - Aggiunsi in maniera sarcastica.

Il dialogo in questione che ho cercato di trascrivere il più fedelmente possibilmente, è avvenuto qualche giorno fa. Elisa è una ragazza sulla trentina, e i fatti che si riferisce non sono avvenuti negli anni settanta, ma circa cinque o sei anni fa. Il nome della Banca che mi ha fatto, è quello di una realtà importante e autorevole. Ovviamente, il nome della Banca non ve lo dirò per il semplice motivo che non ho gli strumenti professionali per verificare la veridicità della versione di Elisa. Tuttavia guardando negli occhi Elisa, non mi ha dato l'impressione che mi mentisse. Mi sembrava sincera.

L'obiettivo di questo articolo o racconto di un dialogo spontaneo è gettare un piccolo sassolino in un stagno oppure gettare una debole luce dentro ad una galleria oscura del non detto, dell'indifferenza, della paura del dire perché si ha un percorso professionale da salvaguardare e una pagnotta da portare a casa. Lo comprendo profondamente alla luce dei tempi che viviamo.

Tuttavia mi rivolgo a tutte le ragazze e le donne che dovessero leggere questo articolo. Avete avuto una esperienza simile ad Elisa? C'è una banca o un altra realtà o settore professionale che vi è stato chiesto più o meno esplicitamente di non fare figli? Di rinunciare alla vostra famiglia naturale per fare carriera? Scrivetevi a generazionep@libero.it. Pubblicherò la vostra testimonianza alterando il vostro nome affinché la storia non sia riconducibile a voi.

Sono convinto di una cosa. Una azienda per quanto può essere onesta e benevola non sarà mai la vostra famiglia. Questa è solo pura retorica funzionale a creare dei perfetti soldatini. Chiedere ad una persona di rinunciare a fare figli nel nome di una presunta carriera è s una grave violazione dei diritti umani. Mi sembra di ritornare in un passato remoto che si perde agli inizi del era industriale.









5 febbraio 2018

CHE COSA E' DAVVERO SUCCESSO ALLA PRESENTAZIONE DI CONCETTA: UNA STORIA OPERAIA AL CIRCOLO DEI LETTORI?


La presentazione di Concetta: una storia operaia di Gad Lerner al Circolo dei Lettori di Torino avvenuta in data 31 gennaio 2018 è stato uno degli incontri più concitati verificatasi che ricordo a memoria di uomo. Precisamente da quando è nato il Circolo oltre dieci anni fa. La presentazione è stata interrotta in anticipo a causa dell'irruzione di un gruppo di lavoratori dei musei civici pubblici torinesi. I lavoratori hanno duramente contestato il sindaco del comune Chiara Appendino per la mancanza di “soluzioni concrete” alla loro situazione a rischio di licenziamento.

Le osservazioni che seguiranno sono personali. Il vantaggio di essere testimoni involontari di un evento è che poi cogliere tutte le sfumature che dalla televisione o stanno seduto davanti a un computer non coglieresti. Quando ha preso la parola il sindaco Chiara Appendino mi è sembrato di vedere una persona imbarazzata. Una donna che ha perso tutte le certezze di un tempo. Una bambina imprigionata in un gioco troppo complesso e più grande del suo. Mi ha dato l' impressione che facesse fatica a parlare con scioltezza. Va detto che per un personaggio pubblico come lei risulta piuttosto strano e curioso.

Osservare contemporaneamente la rabbia e i toni accessi dei lavoratori e Chiara Appendino inchiodata e immobile sulla sedia del palco, mi ha portato quasi paradossalmente a solidarizzare per lei. Sembrava una allieva bacchettata da un maestro troppo severo: il popolo. La gente del pubblico alzandosi turbata si prestava a uscire dalla porta principale della sala grande. Ho notato entrare alcuni lavoratori dalla porta secondaria della sala grande che comunica con una altra. La sala gioco

Questi lavoratori avevano con se un grosso manifesto di stoffa. Un grosso straccio bianco grande quanto mezzo letto. Sullo straccio impressa una scritta in azzurro a carattere cubitali che non c'è lo fatta a vedere per via della grande confusione che regnava nella sala. Questo è un particolare che mi ha incuriosito particolarmente, e ancora oggi ci sto riflettendo

Chi conosce bene il Circolo dei lettori sa che pur essendo un luogo pubblico, accessibile a tutti ci sono delle regole da seguire. C'è una guardia davanti al palazzo che controlla gli accessi. Ci sono delle scale da salire per raggiungere il piano. Per altro se ti fermi a leggere i massaggi sullo smartphone lungo il percorso ti possono richiamare. A me è successo un paio di volte di essere ripreso dalla guardia perché mi misi a leggere un messaggio sullo smartphone per una frazione di secondo. 

Diventa obbligatoria una domanda: Come è possibile che un gruppo di lavoratori con tanto di grosso manifesto entrano dalla porta secondaria della sala gioco senza venir in alcun modo ripresi? Per altro c'è anche una zona intermedia, quella del bar che bisogna attraversare per entrare a sua volta nella sala gioco.

In altre parole la manifestazione dei lavoratori è stata spontanea o preventivamente studiata e organizzata a tavolino? Da chi? Dalla presentazione del libro Concetta, una storia operaia di Gad Lerner né esco con le idee ancora più confuse. Quello che posso dirvi una cosa è sicura. Con le urla o con il darci fuoco non risolviamo i nostri problemi, crediamo di essere ascoltati ma è soltanto una momentanea e fugace illusione che serve alla politica e ai nostri politici.


Per coloro che volessero replicare, lasciare una loro testimonianza possono scrivermi a generazionep@libero.it


2 gennaio 2018

“SE AVESSI FATTO UN ALTRO MESTIERE” : QUANDO LA FANTASIA E' UNA TRAPPOLA MENTALE



Mi capita spesso di incontrare amici e conoscenti che mi dicono: “Se avessi fatto l'insegnante...” oppure “se avessi fatto il macellaio...” Questa fantasia insidiosa nasconde un altro pensiero che lo possiamo sintetizzare così: “Se avessi scelto la via del insegnamento le cose sarebbero andate molto meglio rispetto alla mia attuale situazione professionale.” Be, ve lo dico senza mezzi termini. Avete due gambe? Due braccia? Avete la salute e un lavoro? Ritenetevi le persone più stra-fortunate al mondo.

La fantasia che vi è passata per la mente è una trappola mentale e vi peserà sulla vostra anima come un grosso macigno invisibile. La fantasia che avete fatto è una falsa percezione di una realtà alternativa che di solito tendete a colorarla di rosa e ci mettete tutte le cose più belle, meravigliose e miracolose che non avete realizzato attualmente.

Ovviamente la realtà è fatta di cose belle e di cose brutte. Nessuno ci potrà mai dire per esempio, che se nella mia ipotetica realtà alternativa avessi fatto l'insegnante, un giorno sarei finito sotto una macchina mentre andavo a scuola finendo paralizzato per il resto della mia vita. Quindi la mia fantasia in realtà alla prova dei fatti si potrebbe dimostrare una vera e propria fregatura.


Inoltre, questa fantasia non mi aiuta a migliorare la mia attuale situazione lavorativa. Ad affrontare soprattutto la domanda più importante: Cosa non mi soddisfa del mio attuale lavoro? La retribuzione? Il mio rapporto con colleghi e superiori? E cercare delle possibili soluzioni. Qualcuno di voi mi potrà rispondere: nulla mi soddisfa del mio lavoro. In questo caso due sono le possibilità: O siete del tutto mongoloidi che avete scelto un lavoro che non vi piace per niente oppure semplicemente siete cosi stressati e depressi che vedete tutto nero.

C'è una bellissima frase che ho letto in questi giorni di Hellen Keller: Spesso guardiano per cosi tanto tempo, e così a malincuore, una porta chiusa da non accorgersi che un'altra porta è già aperta per noi....” Questa frase c'è la dobbiamo scrivere su un foglietto di carta e attaccarla sulle pareti del nostro ufficio oppure il foglietto c'è lo dobbiamo portare sempre con noi e nei momenti più difficili tirarlo fuori per leggerlo.


(il seguente articolo è frutto delle mie esperienze personali pertanto non intende sostituire alcun parere scientifico in merito.)


Vuoi scrivermi? Mandami un messaggio a generazionep@libero.it



11 dicembre 2017

RIMANDARE AL DOMANI: TRA LE CAUSE DI FALLIMENTO DI MOLTE IMPRESE

Chi fa il mio stesso lavoro, conosce benissimo il problema. Una volta mi capitò di contattare uno studio medico che doveva prendere una decisione in merito ad una mia proposta. La socia e moglie del titolare disse: “La madre di mio marito sta poco bene, mi chiami tra un mese per una risposta.” Di fronte ad una risposta del genere dai per scontata che sia vera e lasci trascorrere il periodo indicato. Tuttavia dopo un mese, la moglie del medico mi disse: “Guardi, ci sono i miei figli che non sono stati bene, mi chiami tra un mese stavolta le darò una risposta.” Feci di nuovo finta ed esegui la sua richiesta. Tuttavia percepii dal tono della sua voce che quel suo atteggiamento era un semplice rimandare al domani, quella che viene chiamata procrastinazione .


Come sottolinea benissimo la scrittrice e giornalista Caroline Buchanan citando una inchiesta: “...la procrastinazione [è] diventata un male comune nella società moderna.” citando inoltre lo stessa inchiesta la scrittrice scrive: “...la procrastinazione, oltre ad essere in aumento, ha portato anche a essere più poveri, più grassi e più infelici. Secondo l'istituto farmaceutico di ricerca ICD, l'ottantacinque percento di noi tende a rimandare qualcosa ogni giorno.” 1)

Questo avviene non soltanto a livello individuale e privato, ma anche quando “indossiamo” altre vesti. Come titolari, per esempio, di uno studio medico oppure proprietari di una attività commerciale. Mi rendo perfettamente conto che la nostra società è diventata cosi' complessa e frenetica che ha reso più difficile la possibilità di prendere decisioni. Pensate tuttavia per un momento quanto tempo, energia viene sprecata tutti i giorni per la nostra incapacità di dire si oppure no. Ma vi dico di più, anche quanti dubbi, incomprensioni, litigi nascono dalla procrastinazione.

L'indecisione o la procrastinazione la vedo come una forma di “crepa” che si è insinuata nel tessuto della nostra vita quotidiana e in quello economico. Questa crepa si ramifica e diventa sempre più grande con il passare dei giorni, dei mesi e anni. Pur se gli effetti della crepa non possono essere osservati ad occhio nudo con il tempo saranno vistosi e osservabili ad occhio nudo.

Possiamo pertanto affermare che tra le cause dei fallimento di molte realtà e attività commerciali ci sia a pieno titolo anche la procrastinazione oltre la burocrazia e la tassazione statale e la concorrenza devastante di alcuni colossi commerciali.


Note
Fonte: Caroline Buchanan, La regola dei 15 minuti, Newton Compton Editori

30 ottobre 2017

I LAVORI SOCIALMENTE UTILI NEGLI ENTI PUBBLICI VANNO ABOLITI


Vi starete chiedendo che cosa sono i cantieri sociali ? Oppure chi sono i lavoratori socialmente utili? Soprattutto dopo che avete visto una inchiesta andata in onda lunedì' 23 ottobre su Report che parlava di questa particolare categoria di lavoratori che vengono impiegati anche negli enti pubblici Comuni, Regioni ecc. L'inchiesta di Report piuttosto semplicistica e superficiale ha sottolineato soprattutto la necessita di questa categoria di lavoratori di uno stipendio dignitoso, riconoscimenti di malattie e contributi previdenziali. Tutto giusto, giustissimo ma con un grosso, grosso Ma quanto uno scoglio e una casa.

Poco più di una decina di anni fa, lavorai come istruttore amministrativo presso il Comune di Torino. Tre mesi di lavoro piuttosto impegnativi e intensi. Vincitore di un regolare concorso pubblico fui assunto insieme ad altri sei ragazzi laureati. Venivo affiancato dai famosi catieristi sociali che tanto a parlato Report. Uno di loro mi rompeva i coglioni otto ore su otto lamentandosi delle sue condizioni di lavoro: “...Beato te che prendi uno stipendio di 1000 euro, beato te che hai diritto ai buoni mensa, beato te che a fine contratto prendi i soldi della liquidazione ecc”

Di fatto ai occhi del cantierista sociale ero un privilegiato. Peccato solo che dopo tre mesi il funzionario di turno ci ha detto in maniera paternalistica: “Ragazzi avete fatto un ottimo lavoro, ma non ci sono risorse per rinnovarvi i contratti.” La mia esperienza da impiegato pubblico è durata a malapena tre mesi dopo aver studiato altrettanti per superare le prove scritte.

I lavoratori socialmente utili che entrano negli enti pubblici fanno dei colloqui orientativi, non debbano superare particolari prove scritte e/o teoriche ma debbano avere dei requisiti in termini di età, di reddito famigliare e aver maturato un periodo di disoccupazione di almeno sei mesi. Inoltre, gli enti pubblici impiegano risorse pubbliche che contribuiscono alla loro formazione. Capite ora che la questione di base posta da Report è sbagliata a monte.

I lavori socialmente utili negli enti pubblici debbano essere proibiti, aboliti. Altrimenti dobbiamo definitivamente cambiare i criteri di accesso per lavorare nei Comuni e nelle Regioni. Basta concorsi. Spesso sono coinvolte anche agenzie interinali e peggio ancora cooperative che assumono lavoratori secondo criteri oscuri e poco trasparenti. Il lavoratore entra con il passaparola, con la conoscenza del funzionario o politico di turno. Intendiamoci: il lavoratore socialmente utile non è un privilegiato tuttavia questo non significa che i criteri debbano essere trasparenti. Giusto che i lavoratori socialmente utili debbano avere gli stessi diritti degli altri? Io rispondo:NO! Perche i cantieri sociali sono una assoluta e drammatica anomalia al interno degli enti pubblici.

Vuoi scrivermi ? Generazionep@libero.it


9 ottobre 2017

YOUSSEF E DAVIDE: VITE DA VENDITORI DI GIORNALI

Fino a sei mesi fa facevo il suo stesso lavoro, poi sono stato costretto a smettere.” - mi dice Youssef (nome di fantasia) indicando con il braccio il suo compagno che sta vendendo i giornali ai semafori. Youssef non ha più vent'anni, ma non è nemmeno una persona anziana. Difficilmente darli una età precisa forse cinquant'anni, forse sessanta. Comunque l'impressione è che il tempo sembra averli fatto un brutto scherzo, e le rughe pronunciate sul volto ingannano anche il più abile osservatore. Di Youssef so solo che è di nazionalità marocchina.


Il nostro lavoro può sembrare del tutto innocuo, ma non è così. Io per esempio, ho smesso perché i medici mi hanno riscontrato una forma di asma bronchiale. La causa è dovuta a tutte le schifezze che ho respirato in tutti questi anni vendendo i giornali. L'aria è molto inquinata.” - Sostiene Youssef sconfortato. Effettivamente quando Youssef mi racconta qualcosa di lui e del suo ex lavoro mi fa riflettere su molte cose che sono il frutto delle mie osservazioni quotidiane e pertanto non pretendono di avere alcuna base scientifica.


I giornalai itineranti o venditori di giornali alle fermate dei pullman, presso i semafori o negli angoli delle vie sono sempre meno giovani. Più cinquantenni, meno ventenni. Lavori che servono forse per arrivare alla pensione o per far quadrare i conti. Ci sono anche molti italiani come Daniele (nome di fantasia) amico di Youssef. Daniele prima di fare quel lavoro, ha fatto moltissimi altri lavori.


Youssef mi dice un altra cosa. Un informazione che solo uno che faceva il suo mestiere può saperlo. “Sai, facevo la notte ma anche la mattina. Mi andava bene, ma maledicevo le volte che facevo la Domenica...” Il mio volto è un punto interrogativo. Penso scioccamente e ingenuamente: “Forse perché gli altri non lavorano.” Tuttavia Youssef precisa: “...la domenica si lavorava anche bene, mi riferisco in termini di vendita, ma l' Inchiostro dei giornali era diverso, più calcato e tutta quella sporcizia ti rimaneva impressa sulle mani. Prima di togliere dalle mani quella schifezza dovevo sciacquarmele per bene, almeno per una decina di giornali. Gli altri giorni non era mai cosi'.” Anche Davide mi conferma la versione di Youssef. I loro volti sembrano manifestare una silenziosa sottomissione ad un nemico che prima o poi busserà alle porte della loro vita.” Sono convinti che quel inchiostro penetri nel epidermide e non faccia per niente bene.


Davide, vende giornali da diverso tempo, e pur non conoscendo fino in fondo Youssef. L'idea e la logica mi fa supporre che Youssef abbia fatto questo lavoro per diversi anni. Non parliamo più, quindi di lavori occasionali o temporanei e pertanto richiedono una attenzione e salvaguardia diversa anche in termini di salute e sicurezza.

Vuoi raccontare la tua esperienza? Vuoi lasciarmi la tua testimonianza? Scrivimi a generazionep@libero.it oggetto: “Testimonianza.”

















21 aprile 2017

LAVORARE GRATIS, LAVORARE TUTTI? LA BIZZARRA PROPOSTA DI DOMENICO DE MASI

Recentemente è uscito il libro del sociologo Domenico De Masi che si intitola Lavorare Gratis, lavorare tutti – perché il futuro è dei disoccupati.” Il noto studioso avanza una idea – proposta destinata a far discutere. Propone a tutti i disoccupati giovani e donne di lavorare gratis, De Masi sostiene che se : “... lo facessero, in pochi mesi scompiglierebbero, rivoluzionando, il mercato del lavoro.” Inoltre: “Una piattaforma digitale consentirebbe a questa mega – organizzazione di lanciare prima l'offerta gratuita mirata a scardinare l'ordine esistente, per poi passare alla mossa successiva: trovare lavoro. I disoccupati dovrebbero approfittare della loro forza, e utilizzare il loro stato di disoccupati come un grimaldello. Tanto, ora come ora non hanno nulla da perdere.


La proposta di Domenica De Masi è una idea deleteria e pericolosa, che fa acqua da tutte le parti. Primo perché il lavoro gratuito è un problema piuttosto radicato e diffuso sul mercato del lavoro. Sono già tante le donne e i giovani che lavorano gratuitamente senza che abbiano migliorato la loro condizione economica – esistenziale. Il lavoro gratuito ha portato ad un peggioramento collettivo delle condizioni dei lavoratori. Il motivo è molto semplice. Io datore di lavoro se dovessi scegliere tra una risorsa umana pagata zero e una pagata con un regolare stipendio e contributi vari, chi sceglierò? Quella pagata zero ovviamente. Poco importa se la prima non ha esperienza e si deve fare le ossa.


Domenico De Masi parla di una piattaforma digitale che unisca i lavoratori gratuiti di tutto il mondo. Qui secondo me si sopravvaluta eccessivamente il ruolo del web e di internet. E vero, che il web può far “incontrare” soggetti che condividono le stesse passioni ed esperienze, ma il passaggio ad una azione concreta è un lungo percorso tutt'altro che scontato. Basti pensare che da almeno 10 – 15 anni ci sono siti, blog, piattaforme digitali, gruppi su facebook che uniscono lavoratori precari, stagisti ecc di tutte le età e categorie che hanno portato pure a delle proteste di piazza, ma la loro incidenza sul mercato del lavoro è stata minima, piuttosto minima. Di sicuro quello che hanno ricevuto lavoratori precari, stagisti e disoccupati è stato di gran lunga inferiore a quello che gli è stato preso. Il mercato del lavoro ha conosciuto una involuzione continua.


Anzi, Professore De Masi piuttosto il messaggio che bisogna far passare ai disoccupati è un altro. Giovani basta lavorare gratis o fare stage sotto pagati con miseri rimborsi spese. Donne alzate la testa, basta chinarla ogni volta.







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